Archive for January, 2013

Stamattina, cercando di pinzare insieme tre (diconsi 3, T-R-E, non tredici, trenta o trecento) fogli con le nuove cucitrici economiche quelle-che-si-inceppano-tre-per-due ordinate dalla mia azienda, ho piegato almeno quindici punti metallici tramutando l’angolo superiore sinistro dei fogli nelle guance di Cassano e non ottenendo alla fine che un pugno di mosche. Cambio cucitrice e tiro fuori dal cassetto una vecchia Zenith. Niente. Punti contorti comunque, ma almeno nessun inceppamento. Un collega mi passa di sottobanco una scatoletta blu di punti originali Zenith. E la magia avviene: pinzo insieme (a questo punto mi sono dedicato a qualche collaudo “sotto stress”) anche quindici fogli.

Quindi, cucitrice da poco nel cestino. Ancora bella inceppata.

Poi prendo le forbici, quelle nuove economiche ordinate dalla mia azienda, e tagliando un cartoncino mi si spezzano in mano e mi trovo due splendidi anelloni di plastica rossa al pollice e al medio.

Quindi, forbici da poco nel cestino.

Abbiamo scatole di penne biro, quelle economiche ordinate dalla mia azienda, che ne contengono 100. Blu, nere e rosse. Sembrano BIC, ma il tappo non si sfila, gira di mezzo giro ed esce la punta. E non scrivono. Potrei buttar giù una percentuale di 20 su 100 realmente utilizzabili. Senza contare quelle con il tappo che si blocca dopo un po’.

Quindi, biro da poco nel cestino.

Ma i migliori sono i Post-It quelli economici ordinati dalla mia azienda. Semplicemente, non si attaccano. Neanche – come vorrei – al cazzo. E via nel cestino anche loro.

Un’ora fa si è aperta la porta, e ci hanno presentato il nuovo collega, scelto – ci spiega il dirigente – personalmente dalle Strutture Centrali dell’azienda. Lo sguardo, a dirla tutta, non è che lasci trasparire un’intelligenza brillante. Sarà l’emozione. Speriamo.

Anche perché nel cestino non ci starebbe.

20130128-095236.jpg

Tantissimo tempo fa, in Salita della Zebra (una creusa che si inerpicava verso le alture di San Fruttuoso partendo dalla piana del Bisagno adiacente alla zona Stadio), c’era un piccolo negozietto dove si riparavano ombrelli.

Quando ti si torceva una stecca, perdevi il puntale, il manico ballava o il tessuto si strappava, si scendeva (noi abitavamo sulle alture) al negozietto, si parlava con il titolare che guarda caso lamentava la scarsa qualità dell’ombrello che gli portavi, dicendo che i migliori li aveva lui roba tedesca o inglese e blah blah blah, però alla fine te lo prendeva in carico sospirando “Ci vorranno due settimane, eh”. E quando andavi a prenderlo, sembrava nuovo.

Ora, non è che Genova sia un’isola galleggiante nel Pacifico, e si sia rapidamente spostata tra le coordinate finendo in pochi anni in una zona flagellata tutto l’anno da venti furibondi. E non ricordo neppure antiche abilità genetiche nella gestione dell’ombrello controvento, che nelle notti d’inverno i nonni tramandavano ai nipoti seduti intorno al fuoco. Così come non mi pare che gli ombrelli di trent’anni fa fossero costruiti in molibdeno con tessuti al kevlar rinforzati con trame di carbonio. E mia nonna era alta un metro e cinquanta, ma quando mi veniva a prendere a scuola e pioveva con il vento teso lei gestiva senza sforzo apparente il mio zaino, il mio carattere irrequieto e l’ombrello sotto- o sopravento, anche con le folate impietose tipiche del centro del Pacifico.

Allora non posso che chiedermi come mai, dopo quasi quarant’anni durante i quali l’Uomo è arrivato sulla Luna, quando possiamo godere di minuscoli apparecchietti che ci mettono in contatto con il mondo, quando volare in aereo è diventato facile come camminare, quando possiamo parlare con una persona che sta a 8.000 chilometri di distanza guardandola negli occhi, quando dentro un pezzettino di plastica possono stare migliaia di immagini a colori ad alta definizione, quando in casa possiamo guardare dei film in 3D, quando in una città come Taranto possiamo inalare a nostro piacimento polveri sottili di ferro e carbonio, quando una piccola innocua esplosione in una centrale nucleare inquina irreparabilmente per centinaia d’anni un’intera nazione, quando i nostri idoli sono nella migliore delle ipotesi dei delinquenti ignoranti, quando lasciamo che a condurre la nazione siano ladri, papponi e piccola gente che mira solo ad arricchirsi… come mai la qualità degli ombrelli è peggiorata in questo modo?

Basta un po’ di pioggia con il vento e per le strade trovi decine di cadaveri di ombrelli sterminati che si agitano ancora; i cestini della spazzatura (a trovarne) traboccano di tessuti colorati, e ogni tanto qualche stecca impertinente, storta come la schiena di Quasimodo, fa capolino da un marciapiede. Siamo riusciti a trasformare un oggetto di classe che si tramandava per generazioni in una specie di placebo usa-e-getta, valido giusto giusto per una camminata di sola andata casa-posto di lavoro. Dice, ma gli ombrelli di adesso costano pochissimo. Ho capito, ma se devo comprare un OMBLELLO alla settimana, alla fine non mi conviene spendere quindici volte tanto e comprarmi un OMBRELLO che non si lasci svellere dal vento come una palma rinsecchita? Che possa utilizzare più di una volta? Bello solido e ampio, che quando piove con un po’ di vento non mi lasci in balia degli elementi dopo pochi passi (allitterazione, questa?).

Nel negozietto dell’ombrellaio hanno aperto un punto vendita di cellulari. Vendono anche accessori. Come le custodie resistenti all’acqua.

Chissà se si possono riparare.

Stamattina sono tornato in lavanderia.

Non so sinceramente se mi trovo in un universo parallelo o in qualcosa di simile a un incrocio tra Matrix e The Truman Show, ma se è così complimenti al regista.

Sono in coda per lasciare la mia sacchettata di camicie da lavare (dignitosamente sporche, ma con moderazione e soprattutto assenza di odori da CSI), quando dalla porta, spalancata con uno spintone degno della difesa dei Miami Dolphins, irrompe (e un po’ rompe) una signora di mezza età che sventola freneticamente un paio di calzoni.

“Me li avete rovinati!” urla con le vene del collo gonfie. “Ora me li pagate, costavano un sacco di soldi!”. Da dentro una lavatrice (mi è parso) esce presumo la titolare che le dice educatamente “Prego, signora, venga al bancone che vediamo…” “Non c’è niente da vedere, mi avete rovinato i calzoni di mio marito che ha pagato un sacco di soldi e ora me li pagate nuovi!”

“La prego, signora, si avvicini al bancone che li vediamo”. Lei arriva al bancone e ci sbatte i calzoni sopra. “Guardi qui! Rovinati. Costavano un sacco di soldi. Ora me li pagate.”

La titolare controlla il codice del capo sul computer (benedetta automazione, ma dove sono finiti i Jefferson?), e dice “Signora, qui c’è un’annotazione della ragazza, che aveva consigliato il lavaggio a secco ma che il cliente ha insistito per il lavaggio ad acqua…” (non ricordo in effetti bene, poteva essere viceversa). E la cliente “Aaaaaargh!!! Certo che non li volevo lavati ad acqua (o a secco, non ricordo…whatever), si rovinano!” “Evidentemente, signora, si sono rovinati lavandoli come voleva lei…” “Balleeeeee, adesso me li ripagate nuovi, li ho pagati un sacco di soldiiiii!”

“Signora, se però lei grida mi diventa maleducata, e io non parlo con le persone maleducate…” “Naaaaaaaaaa me li ripagate li ho pagati un sacco di soldi!!!” E qui il godimento.

“Allora, signora, questi pantaloni sono di viscosa, e di bassa qualità per giunta. Non sono nuovi perché all’interno del cavallo sono talmente lisi da essere trasparenti. Si sono rovinati perché lei ha insistito per lavarli come voleva lei. Ecco, si tenga i calzoni, prenda venti euro – e glieli sto strapagando, perché non costano venti euro neanche da nuovi – e arrivederci.”

La megera prende i soldi, prende i pantaloni (che a dirla tutta ora apparterrebbero alla lavanderia secondo il Comandamento “chi rompe paga…”) e si allontana verso l’uscita. Apre la porta, esce, si ferma un istante come a riflettere (eventualità alquanto improbabile), poi si gira, e rivolgendosi alla titolare già in altre faccende affaccendata esclama “Brutta sucida (sic), non mi vedi più!”

Belin, ma speriamo. Nel senso, per sempre.

Soffocata da un accesso d’ira e soprattutto da un paio di pantaloni marroni, lisi, di viscosa.

Da poco.

Avevo deciso di non parlare di cose “pelose”, su questo blog. Però, siccome sto per fare una riflessione che sotto certi aspetti può essere controcorrente, vada per il pelo.

Che alla fine è quello (poco e rasato spesso) sul petto di Fabrizio Corona.

Da quattro giorni stiamo (!) seguendo su ogni notiziario la cronaca minuto per minuto della fuga (tranquilli, l’ho proprio scritto con la “u” a discapito della reputazione del personaggio) del fuggiasco; fuga conclusasi com’era lecito attendersi con la “consegna volontaria” (leggasi “mi arrendo perché tanto mi hanno preso”) alle forze dell’ordine portoghesi. Potrei fare una simpatica boutade citando l’improbabile Commissario Bacalau, ma non ci cascherò.

Adesso Corona verrà processato e bla bla bla, cinque anni di carcere e bla bla bla, magari di più perché è scappato. Come esempio, può andar bene: persona insostenibile, arrogante e ignorante, antipatico come una merda nel letto, pluri indagato per reati odiosi…e ciononostante idolo dei ragazzini, che facevano la fila in discoteca per farsi una foto con lui, ricercato non solo dalla Polizia ma soprattutto dai gestori delle discoteche (personaggi che nella mia personale scala della stima pongo un gradino al di sotto degli stupratori seriali) che non esitavano a sborsare decine di migliaia di euro per averlo come ospite. Ha anche scritto un libro che vendeva di brutto..ok magari principalmente negli Autogrill, comunque vada vendeva. È giusto che a livello educativo un così cattivo esempio – come nelle migliori fiabe – venga punito. È perfetto che i ragazzini capiscano (se lo faranno) che, contrariamente a quello che si dice, il mondo non è dei furbi. È nell’ordine naturale delle cose che chi sbaglia debba pagare.

20130124-122038.jpg
Nella foto, una statuetta di Corona ai tempi di Lele Mora.

Però, che cazzo di derelitto pesce piccolo è Corona? Uno che si prende cinque anni di carcere perché ha chiesto 30.000 euro a un miliardario straviziato che tradiva la moglie alla luce del sole va punito non perché l’ha ricattato ma per l’importo della richiesta. Perché sei scemo. Cazzo ma li guadagni in tre serate in discoteca, trentamila euro. Passi se uno ricatta Donald Trump o Bill Gates e gli chiede una cifra tale che se gli va bene si mette a posto per otto generazioni, ma un idiota come Corona 30.000 euro se li sputtanava in un weekend a Ibiza, magari.

È chiaro che i cinque anni sono una punizione “omnicomprensiva”; non gli fanno pagare solo il patetico ricatto (Trezeguet in quel periodo trentamila euro li guadagnava in meno di una settimana…come se qualcuno ricattasse un operaio dell’ILVA e gli chiedesse 250 euro), gli fanno pagare la sua antipatia, la sua bieca ignoranza ricca di sicumera…e qualcuno certo gli fa pagare il fatto di essersi trombato in riga Nina Moric, Belen e la Minetti.

Che vada in prigione, Corona, e buon pro gli faccia.

Però poi leggo di Luca Delfino che, condannato a stare in carcere fino al 2025 per un omicidio e forse due, potrebbe uscire per buona condotta fra meno di quattro anni. Di Luigi Campise, che nel 2007 ha ammazzato la sua fidanzata di 17 “perché era geloso” e a fine luglio scorso viene rimesso in libertà. Di Marco Ahmetovic, che sempre nel 2007 guidando ubriaco ha ammazzato 4 ragazzi, condannato a sei anni per omicidio colposo che sta scontando ai domiciliari, ha già un contratto come fotomodello. E Corona di colpo sembra il chierichetto segaiolo di un oratorio di provincia.

E alla fine non è neanche colpa sua. Come diceva Ron “È l’Italia che va”

Dove, lo sapete anche voi.

A metà di Vico Casana, il caruggio che da Piazza De Ferrari porta in Via Luccoli, e da lì sky is the limit, c’è da tempo immemorabile un bar “belle époque” dal nome evocativo di “Café de Paris”.

Nonostante gli arredi quasi Art-Déco, gli specchi alle pareti e una qualità di aperitivi, brioche, colazioni e piattini da pausa pranzo bancaria decisamente nella media, questo locale è sempre stato “maledetto”, come ogni tanto succede: in quindici anni avrà cambiato almeno dieci gestioni, alcune fortunate altre sciagurate. L’ultima di queste è durata, come si dice a Genova con l’ottimismo che ci connatura da sempre, “fin tanto”. Non credo avesse lo stesso successo del Caffé Pedrocchi di Padova, ma tant’è, un paio d’anni ha resistito.

Tre mesi fa, il locale sfitto da mesi, praticamente a fianco del Café de Paris ha trovato finalmente un nuovo locatario, dopo un demoralizzante periodo di chiusura a “whitewashed window”. Tutti ci si chiedeva quale innovativa attività commerciale avesse spinto i “nuovi” ad affrontare questa sfida. Pochi giorni prima dell’inaugurazione il mistero è stato svelato, e la soluzione ha sorpreso anche i più smaliziati. “L’Atelier del caffè”, un bar caffetteria con degustazione di pregiate miscele, brioche rigorosamente congelate e ricondizionate, e piattini da pausa pranzo che più standard di così si va fuori standard.

Ça va sans dire (in omaggio al Café e all’Atelier), in poco tempo – fedeli all’assioma “L’intero è maggiore della somma delle parti” – lo sfacelo è stato totale. Il nuovo Atelier non ha un cliente che è uno, e il Café de Paris ha visto paradossalmente scemare anche la sua clientela fedele. Allora mi sono divertito a fare due conti: in un cerchio ideale di 500 metri – more or less, considerando l’intopograficabilità palese dei vicoli – sono riuscito a trovare 14 bar.

Tutti che offrono la stessa roba: colazioni, piattini, cappuccini, aperitivacci, birrette, snack preconfezionati e Baci Perugina. Anche quelli bianchi. Tutti a contendersi ogni singolo impiegato, travet, turista, negoziante, commesso, passante, barbone, autoctono desideroso di vita sociale. E tutti mediamente vuoti come l’agenda degli amici di Corona (dall’altro ieri).

Più di una volta mi sono chiesto cosa può spingerti, in questo periodo che definire “di crisi” è un po’ come definire “poco fashion” Ahmadinejad, ad aprire un bar (già una tipologia di attività ad alto rischio di mancato guadagno, per mille motivi) a FIANCO di un altro, ben consolidato quantunque lungi dal rappresentare una miniera d’oro. A meno che tu non avessi un asso nella manica, chessò fossi l’inventore della macchina che trasforma la merda in benzina, e a ogni avventore potessi consegnare dieci litri di super per ogni caffè. Però no. Dommage.

Mi è tornato in mente il mio viaggio in Giordania, nel 2001. Girando per Amman, c’erano intere vie dedicate a un singolo prodotto: la via degli acquari, dove si trovavano uno dietro l’altro SOLTANTO negozi che vendevano questi, la via delle pipe ad acqua, la via dei tappeti…e così via (!); mi ricordo anche che ai tempi ho detto alla mia compagna “Vedi, il piattume intellettuale e l’incompetenza commerciale tipica del Terzo Mondo!”

Parole sante.

Ah. A proposito: i ragazzi del Café de Paris hanno ceduto la settimana scorsa.

Rien ne va plus.

20130122-112006.jpg

Genova è una città vecchia.

Non per il Centro Storico (Patrimonio Mondiale Unesco), all’insaputa di molti il più grande d’Europa. Non per le mura medievali che la circondano. Non per i palazzi signorili che si incontrano a ogni pié sospinto, alcuni di essi risalenti al XIII Secolo. Nemmeno per le pietre dei vecchi moli, risalenti alle Crociate, che spuntano qua e là durante gli scavi della metropolitana.

E, per quanto possa sembrare strano, neppure per il cartello dei lavori della metropolitana di Brignole, che prometteva la fine scavi entro Febbraio 2012.

Genova è vecchia mentalmente. Interi quartieri sono vecchi, popolati di vecchi che vivono in case splendide ma vecchie, che puzzano di vecchio come ne “Il Pensionato” di Guccini. Molti giovani di Genova sono vecchi.

Genova è l’ultima città probabilmente del mondo dove si vendono ancora i loden. Dove la gente va a comprare in negozi vecchi, che in una città meno vecchia avrebbero chiuso da lustri, e si sente nobile e à la page perché ha comprato un cappotto che – nel mondo – è fuori produzione dalla fine della Guerra del Vietnam. Dove ai bambini si mettono i calzoni corti di vigogna con i 3 bottoncini ai lati e le calze bianche con i bucherellini. E gli si dice che sono elegantissimi. Logico che poi a vent’anni vogliano il loden. Almeno gli copre le ginocchia. Non è bello a vent’anni avere le ginocchia sbucciate.

Qualche anno fa, in ufficio avevo un capo Genovese vecchio dentro. Che il cliente di Nervi lo guardava con sospetto perché era già mezzo “foresto”, e che quando la mia banca ha aperto una filiale in Piemonte si è sdegnato perché “cosa andiamo a fare a regalare i soldi ai mandrogni”.

Lui aveva tutta una serie di vestiti “da lavoro”, giacche panciotto e calzoni “quelli con la riga” che indossava così a lungo che – come diceva l’indimenticabile Gilberto Govi ne “I Manezzi” – l’unica riga che avevano la doveva fare con il lapis.

Comprava tutto in un negozio vecchio della Genova bene vecchia. Quelli che se non ci compri “non sta bene”. Quelli che se ci passi davanti e hai comprato un paio di mutande alla Rinascente nascondi il sacchetto sotto il loden.

Un giorno mi ha chiesto se potevo andargli a ritirare un vestito nuovo (sic) che aveva comprato e aveva fatto modificare. Perché in quei negozi genovesi vecchi se hai la taglia 50 di calzoni e 54 di giacca col cazzo che spaiano due completi (“Maledetti clienti menabelino”): ti prendi tutto 54 e ti fanno stringere i calzoni dal loro sarto vecchio che ne taglia via da dietro un triangolo grande come quello delle Bermude, e che ovviamente da quel momento ti faranno difetto davanti per sempre (“Ah, ma li hai presi da …..?” Perché non si comprano, si prendono. Allora sono belli di default).

Vado. Entro. Puzza di muffa. Tappezzeria ingiallita arrotolata agli angoli. Commessi ingialliti arrotolati alla tappezzeria. “Devo ritirare il vestito del signor Banchero. Quello della Banca.” Che a Genova vecchia se lavori in banca sei figo perché “non ti licenzia nessuno”. Mi danno questo pacco fasciato nella carta blu cartazucchero che trovi solo a Genova. Con lo spago bianco.

Torno in ufficio. Lui apre il pacco per vedere il lavoro. Ne esce un odore di muffa che ti sembra di essere ai piedi di un castagno secolare a cercare porcini. Apre la giacca. La fodera (ed è tutto vero. Tragicamente vero.) è costellata di punti di muffa verdastra. Senza batter ciglio, tira fuori dal terzo cassetto della scrivania una spazzola. Con l’impugnatura di legno. Vecchia come Genova. Spazza via la muffa, e l’odore rimane (tra le pagine chiare).

“Belin, non posso mica andare là e dirgli che la giacca era piena di muffa. Che figura ci faccio?”

In effetti.

L’atavico, scarso appeal del mio lavoro quotidiano si concretizza anche (ma non solo, ça va sans dire) nell’indossare la tipica divisa dei white collars (non a caso): camicia e cravatta. Talvolta la giacca.

Non è che sia proprio un obbligo, anzi, nessuno l’ha mai fatto passare per tale. Né mi sento così poco sensibile da presentarmi al lavoro in bermuda tigrati e maglietta con i maialini che si inchiappettano. Comunque, per quanto personalmente sentirmi “diverso” mi gratifichi e non mi imbarazzi, il trovarsi a una riunione con una lupetto modello Steve Jobs mentre tutti quanti intorno a te sono belli carini con le loro camicie dai colletti inamidati e le loro cravatte da 200 euro non è carino; ma non per me, per loro. Concludendo, 9 giorni su 10 indosso anch’io camicia e cravatta.

Arrotolo per prima cosa le maniche fin sopra i gomiti, non chiudo mai l’ultimo bottone, il nodo è sempre leggermente lasco, ma faccio la mia porca figura. Peccato che le camicie si sporchino in dieci minuti, specie andando al lavoro in moto tra il traffico. Ti slacci la camicia e il colletto ha tante di quelle righe nere che inizi a toccarti freneticamente il collo per vedere di non stare mutando in qualche organismo alieno. Se a sporcarsi ci mette dieci minuti, per essere lavata e stirata una camicia richiede almeno il doppio del tempo. Se sei bravo. Ma di queli bravi.

Meno male che a fianco del mio ufficio una megalavanderia ha stipulato una convenzione con la mia azienda: camicie lavate e stirate a meno del costo del detersivo e dell’energia elettrica per lavarle e stirarle a casa. Senza contare la rottura di coglioni dello stiraggio, e lì non basta neanche MasterCard. In più, con una specie di tesserino bancomat puoi ritirare i tuoi capi lavati e stirati 24 ore su 24 dallo sportello automatico. Così, per rafforzare i rapporti interpersonali.

Ma è stando in coda a lasciare le camicie da lavare che si possono cogliere alcuni spunti invalutabili, le mie adorate scuseperscrivere. La settimana scorso mi presento con il mio sacchetto con 8 camicie…e già per una forma di imbarazzo tipicamente locale (il Genovese si “gena” dal mettere in piazza i suoi stracci sporchi, e non solo in senso figurato) un po’ mi scazza che alcune, di colore chiaro, abbiano il colletto decisamente sporco. E pensare che mi lavo tutti i giorni, come minimo.

Davanti a me, un tipo in abito da lavoro un po’ stazzonato posa sul bancone un sacchettone di carta e ne rovescia fuori quattro completi estivi (che all’alba di metà gennaio devono aver passato lì dentro almeno tre mesi). La commessa afferra un paio di calzoni di lino azzurri che non sono semplicemente sporchi: all’altezza del cavallo c’è un alone scuro che sarebbe possibile solo se il tipo avesse indossato ogni giorno mutande di cuoio non conciato; il paio di calzoni di lino grezzo se possibile è ancora peggio: inizio a temere che il delicato écru sia in realtà un bianco sfortunato (e bisunto). Le giacche hanno il colletto talmente sporco che per assurdo si può assistere a un curioso effetto “negativo”: sembra che tutto il resto sia sporco, e il colletto l’unica cosa a essere decente.

E puzzano, anche: quel simpatico tono di cane bagnato con sfumature di sudore stantio e cantina umida del Basso Piemonte. La commessa arriccia il naso come la Kidman in Vita da Strega, e fingendo una flemma inglese che ormai se l’è data a gambe pinza un’etichetta a ciascun capo e getta il tutto in una cesta di metallo dietro le sue spalle.

E qui, l’Apoteosi, il Climax (“la” Climax per i puristi), il Momento della Verità alle cinco de la tarde, l’All In, il Rien ne va Plus: il tipo la riprende “Faccia attenzione, sono vestiti che costano un sacco di soldi”.

Come si dice, “È uno sporco lavoro, ma qualcuno ha i calzoni ancora più sporchi”

Ipse Dixan.

20130118-121448.jpg

Nel Centro Storico “bello” di Genova c’è una piazzetta molto carina e “belle époque”, con tanto di fontana al centro. Piazza Campetto, brulicante di vita e a poche decine di metri da Piazza De Ferrari, Via San Lorenzo e la Zona Expo-Acquario.

Anche qui, fino a poco tempo fa i negozi erano solo e rigorosamente “storici”: vecchi argentieri e gioiellieri (Piazza Campetto incrocia Via Orefici non a caso), ma anche Camisasca Gomma (IL posto a Genova dove potevi trovare tubi, fogli di plastica, plexiglas, accessori, ricambi…e se non li trovavi, non esistevano); Hermès con i suoi foulard dai prezzi oltraggiosi.

Camisasca non c’è più, Hermès ha tolto la concessionaria al comunque celebre Pescetto, gli argentieri e gioiellieri se ne sono andati o hanno chiuso. L’unico superstite è un negozio di calze, mutande e pigiami “come una volta” dove trovi ancora le canottiere “lana fuori cotone sulla pelle” e le giarrettiere da uomo (volendo credere che parecchi uomini, ormai, non stiano usando da tempo quelle da donna, in casa e fuori), pigiami di cotone azzurri con il bordino bianco, bretelle e vestaglie da camera; c’è anche una sala d’aste, in un palazzo talmente bello che le persone entrano solo per guardare i saloni e non la merce (carissima) esposta.

All’angolo con Via San Matteo hanno aperto (e chiuso) in un anno almeno tre focaccerie. L’Ekom nella piazza offre a turno un fisarmonicista che suona una versione scordata (nel duplice significato di “stonata” e “mi sono dimenticato le note”) di Libertango di Piazzolla, una mendicante dell’Est con una foto plastificata professionalmente dei suoi “cuatro banbini morti per guera e martio (sic) malato” e un trio dixieland albanese.

Nella piazza hanno aperto negli ultimi mesi, a pochi metri di distanza uno dall’altro, un negozio TIM, un Vodafone, un Wind, un 3 e un Fastweb Mobile. Da un lato chi volesse confrontare i piani tariffari può trovare tutto senza girare come un pazzo, ma dall’altro il colpo d’occhio risulta abbastanza squallido. E assurdo. Banner colorati che sbattono al vento (onnipresente) con prezzi sconti promozioni tariffe smartphone in regalo tablet tirati dietro milioni di messaggi regalati minuti effettivi di conversazioni You & Me, Me & You, Me & Me (per i misantropi) Internet flat.

Poi entri e ti dicono “Ah, ma lei è già cliente? Allora niente, condizioni valide solo per i nuovi clienti” Fai notare che allora uscirai di lì ed entrerai nel negozio a fianco dove, come nuovo cliente, otterrai tutto questo ben di Dio ma LORO perderanno un’utenza.

“Eh beh, lo so ma è un mercato libero”

Beh, per essere libero è libero.

Da ogni tipo di lucidità commerciale. Da ogni tipo di intelligenza. Clicca “Mi piace” e condividi.

Tanto hai la tariffa TuttoCompreso.

Via San Lorenzo è la strada dedicata allo “struscio” pedonale per eccellenza, il passeggiare per il gusto di farlo, anche perché la qualità dei negozi è davvero tragica. Tabacchini, gelaterie, un paio di kebabbari (uno fa anche il kebab al cioccolato…non chiedetegli il tzatziki sopra, anche perché ve lo metterebbe senza batter ciglio), qualche negozio di cineserie cinesi, una moltitudine di bar baretti tavole calde, una mezza dozzina di bancarelle fricchettone e qualche “artista di strada” (se dormire svaccati per terra con tre cani meticci addosso e tre bottiglie di birra della LIDL semivuote tutte intorno può essere giudicata una forma d’arte).

Fanno eccezione un antico negozio di maniglie, cardini, pomelli e accessori vari per mobili e porte, la cui vetrina sembra un museo e vale già la fatica di camminare per la via, e un vecchio “torte e farinate” che mi ricordo da sempre, la cui insegna promette “A-ô vegiu caröggio” (non so se si scrive proprio così).

Letteralmente, significa “Al vecchio caruggio”, che data la location nel centro storico è un po’ come se a Milano ne esistesse uno chiamato “Al vecchio naviglio” o a Venezia uno “Alla vecchia calle”, rispettivamente sui navigli e tra le calli più oscure. Produzione: torte salate (pasqualina con la prescinseua, torte di bietole, polpettoni, torta di riso che qui non finisce sembra mai), farinata (liscia, con cipolle, con carciofi e in stagione con i bianchetti), focaccia al formaggio “tipo Recco” e un po’ di pizza per gli incontentabili turisti.

Pausa pranzo l’altro giorno. Voglia di farinata, quella bella croccante sopra e liscia come l’olio sotto, che al primo morso ti riporta nella Genova Anni ’50, nelle friggitorie piastrellate di bianco dove trovavi anche la frittura di pigneu e le frittelle di baccalà (ce ne sono ancora un paio in Sottoripa ma al posto dei camalli in coda ci sono manager in giacca e cravatta). Comunque, entro. Davanti a me due belle teglie di farinata, una classica l’altra con i carciofi.

Nessuno dietro il bancone. Attendo. Attendo. Attendo. Alla fine da una tenda a listarelli di plastica esce fuori una ragazza direi cinese, ma comunque asiatica (ma comunque cinese) che mi dice in Italiano stentatuccio: “Vuole farinata?”. Come avrete notato evito di cadere nel bieco luogo comune di farle dire “faLinata”. Però dice proprio “falinata”.

Prendo un pezzo di normale e uno con i carciofi. Me la scalda nel microonde. Meno male che a dar sollievo al mio disappunto c’è un simpatico gattino dorato che dal bancone mi fa ciao con la zampetta.

Mi porge il piatto. Da fredda a microondata la farinata è diventata un po’ tipo gli straccetti Spontex quelli verdirosagialli che si usano per pulire il lavello. Mangio. I carciofi sono carciofi sott’olio. Un po’ come servire a un piemontese il bollito pastellato e fritto.

Finisco e pago. Per fortuna accetta gli Euro. Mi offre una grappa cinese.

Al vecchio caruggio.

Belin.

Scusate, cào nǐ zǔzōng shíbā dài (肏你祖宗十八代), che mi dicono voglia significare “fottiti insieme ai tuoi parenti fino alla 18° generazione”, il che mi sembra appropriato. Non ho trovato “niente verdure sott’olio nella farinata brutto bastardo”, quindi mi sono dovuto accontentare.

Spero mi perdonerete.

Sotto casa mia c’è un distributore di benzina di quelli “white label”, che ogni mattina cambia il prezzo dei carburanti.

Da qualche settimana ha messo anche l’impianto self-service, e dalle 5 del mattino in poi c’è la coda davanti alle pompe. Peccato che il distributore sia in un piccolo slargo di una via a due corsie trafficatissima (una delle UNICHE due direttrici Genova Levante – Centro), quindi la quarta macchina in coda inizia già a bloccare la corsia di sinistra.

La quinta la intasa. La sesta la ingorga. Ergo, dalle 5.15 in poi la strada diventa a corsia unica, e come in ogni città del Terzo Mondo che si rispetti partono i clacson.

Mi affaccio alla finestra, settetrentacinque. Stamattina la benzina va a 1,735. Anche sporgendomi, non vedo la fine della coda. L’ultimo veicolo è uno scooter “paperino”, e il tipo a bordo ha un casco giallo fluo che neanche sull’elicottero dei Vigili del Fuoco.

Esco di casa. Ottomenotre. Passo davanti al distributore, ormai ci sono i gestori. Il tipo dello scooter-casco-giallo è lì. Tocca a lui. “Cinque Euro per favore”. Del resto, di più non ci sta.

Prendo la moto e vado a lavorare. Trecento metri dopo casa mia c’è un altro distributore. IP. Grande grosso colorato, quattro pompe, self service e se sei un maharajah puoi anche farti lavare la macchina con la lingua. Zero macchine in coda. La benzina costa 1,741. Sai, 6 millesimi di euro a litro, tutto fa.

E penso al tipo dello scooter. Ventidue minuti abbondanti di coda per 5 Euro di benzina. 2 litri e ottantotto. Che se li avesse fatti al distributore IP deserto gli sarebbero costati 5,017 euro, le vecchie 34 lire in più. Oppure avrebbe dovuto fare due litri e 872 di benzina. Otto millilitri in meno. Che per aiutoincucina.com corrispondono a un cucchiaino da caffè.

Ma stamattina, con 4 gradi e la tramontana nel collo a 50 kmh, stare fermi venti minuti in coda non ha prezzo.

Per tutto il resto, sei un pezzente.