Archive for February, 2013

Dopo solo una quindicina di telefonate, il medico della mutua si decide finalmente a lasciarmi – presso la segreteria del suo studio – un’impegnativa per prenotare una visita cardiologica per un membro della mia famiglia.

Sono arrivato a pensare che il mio medico in realtà sia un supereroe in incognito; saranno tre anni che non lo vedo. Ha quattro numeri di cellulare che ruota sistematicamente in modo da non rispondere mai a quello che compongo io. Opera in tre studi diversi in giro per Genova, ma quando passo per caso davanti a uno di essi e citofono, quello è il giorno in cui è “negli altri studi”…indipendentemente dal giorno in cui passo. Le richieste, le ricette e le impegnative vengono lasciate “in segreteria”, probabilmente di notte, tra un pattugliamento e l’altro della “città del crimine” sulla quale il mio medico veglia solitario.

Bene o male, in possesso dell’impegnativa, mi accingo a telefonare al Servizio Prenotazioni del CUP. Familiari bene informati (per precedenti incarichi lavorativi in loco) mi consigliano di insistere per prenotare a tutti i costi la visita presso un determinato medico presso un determinato ospedale della città. Telefono al CUP, recito tutti i dati incluso il codice alfanumerico dell’impegnativa…che sembra un po’ quei film dove il Presidente USA legge il codice di sblocco delle testate nucleari al solito generale ottuso che vuole bombardare la Kamchatka per vincere a Risiko…e quando chiedo di poter andare in “quell’ospedale” mi viene risposto “beh…OK…però la prima data libera è il 16 di Agosto”.

Non ho sbagliato. Non ho neanche Frate Indovino in ostaggio. Ho proprio detto il 16 di Agosto. E siamo ai primi di Febbraio. Sei mesi pieni. 24 settimane. A botte di 5 giorni lavorativi alla settimana sono 120 giorni. Considerando 4 visite al giorno sono 480 persone davanti a me, come minimo. Va beh. Prenoto in un altro posto, libero tre giorni dopo. Ticket pari a circa 42 Euro.

Mio suocero invece insiste per andare proprio “là” quindi, fedele al principio tutto Italiano dell’arte di arrangiarsi, alza il telefono, muove due o tre vecchie conoscenze, e guarda caso il giorno dopo c’è un posto libero. Ça va sans dire, visita in intramoenia proprio con il cardiologo che mi è stato raccomandato, proprio nell’ospedale che volevo, quello del 16 Agosto. Arriviamo all’ospedale e percorriamo corridoi vuoti, sale di attesa vuote, laboratori vuoti (ma dove sono i 4 pazienti al giorno che mi hanno impedito di prenotare prima dell’estate inoltrata?). Nell’ambulatorio di cardiologia – vuoto – tutti macchinari nuovissimi. Visita accuratissima, elettrocardiogramma, ecocardiogramma, ecografia addominale, altra visita con altre macchine che neanche nel laboratorio del Dottor Destino…il tutto per 70 Euro CON RICEVUTA SCARICABILE.

La mia banca offre tra i fringe benefit un’assicurazione sanitaria personale estesa ai membri della famiglia che prevede il rimborso delle spese sostenute per visite mediche con la franchigia del 25%. Quindi 70 Euro meno il 25%. Pari a 52,50 Euro. Dieci in più di un ticket della mutua con 6 mesi di attesa.

Vorrei dirlo a tutti i 480 pazienti in attesa di visita, specie a quelli del 15 di Agosto.

Ma non ne trovo neanche uno.

Saranno in Kamchatka ad aspettare la bomba.

Quando ero piccolo (subito dopo l’estinzione dei dinosauri, direte voi), mi ricordo che al primo accenno di tosse, raffreddore o febbre mia nonna mi toccava le “belle palline” per vedere se stavo bene (roba che al giorno d’oggi le frutterebbe almeno sette querele per pedofilia e molestie), poi chiamava il “dottore”.

Il quale arrivava al massimo entro il giorno dopo, con la sua borsa nera dalla quale, dopo lo stetoscopio che si metteva al collo, temevo sempre tirasse fuori siringhe o qualche altro strumento medicale di tortura. Mi visitava, stilava la diagnosi, scriveva la ricetta, mi regalava una Zigulì e se ne andava senza ovviamente chiedere una lira. E tutte le volte mia nonna a dirgli “Le devo niente, dottore? Ah, grazie, allora prenda almeno un caffè.” Caffè che gli serviva nell’unica tazzina “figa” di casa, cioè l’ultima superstite del servizio buonissimo della nonna (di mia nonna), quella porcellana fine fine translucida bordata di oro zecchino. E il dottore, Tarateta mi pare si chiamasse…un medico allitterato, ringraziava per l’ottimo (e ne dubito) caffè e toglieva il disturbo.

L’altro giorno sono a casa di amici, il cui figlio (3 anni) aveva 39° di febbre da un paio di giorni, senza soluzione di continuità e nonostante copiosi stupri con supposte di Tachipirina. Il papà mi dice “Belin adesso chiamo il dottore”; cerca il numero, chiama, attende, e la segreteria risponde “Il dottor Pinkopalla riceve il lunedì, mercoledì e venerdì dalle ore 15 alle 19, e il martedi e giovedi dalle 9.30 alle 12.30. – e dopo una pausa di alcuni secondi, come se si aspettasse che l’interlocutore chiudesse la comunicazione, riprende – Per urgenze chiamare il …” segue numero di cellulare.

Numero di cellulare al quale non risponde nessuno. Al diciassettesimo tentativo, risponde il medico. “Ah…39 di febbre…da due giorni….non mangia…non dorme…scosso da brividi…mugola…e va beh, domattina me lo porti!”

Ma come, “me lo porti”? Ha tre anni e 39° di febbre, e siamo a febbraio! “Te lo porto” con la febbre e ritorno a casa che ha la broncopolmonite! “Ma, dottore – dice il mio amico – non riesce a fare un salto lei?” “Ehhhh…devo un po’ vedere come sono messo…”. Come sei messo? Belin, per un bambino di tre anni con 39 di febbre se non sei messo sottoterra e sei un pediatra vero, devi venire comunque.

I miei amici mi hanno raccontato che alla fine gliel’hanno portato l’indomani in studio, che hanno fatto due ore di coda tra bambini urlanti e mamme preoccupate, che mentre visitava il bambino avrà ricevuto almeno dieci chiamate sul cellulare e un numero imprecisato di SMS, che è riuscito a rispondere a tutti e che alla fine ha detto: “Eh, ha la febbre alta…continuate con la Tachipirina.”

Grazie, dottore, ma soprattutto grazie al cazzo. E alle “belle palline” che nessuno controlla più.

Come molti di noi, da qualche anno mi barcameno tra un provider e l’altro, non fosse altro che per cambiare il cellulare a parità di condizioni. Le tariffe più o meno si equivalgono, e le condizioni migliori vengono offerte – ormai siamo portati a dire “Naturalmente”, anche se da un punto di vista della retention del cliente questo è un suicidio ideologico bello e buono – ai nuovi clienti (vedi uno degli articoli precedenti “UN’OFFERTA…..”).

I 4 big player della scena, infatti, hanno preso ormai “il giro” di scambiarsi i clienti ogni due anni-duannemmezzo. In cambio tariffe splendide e cellulari in omaggio. Anche se tanto tanto in omaggio non sono. Due anni e mezzo fa sottoscrissi con 3 (it’s a magic number) una tariffa all-inclusive con l’iPhone “in regalo”, anche se dei 49 euro mensili della tariffa circa 20 venivano inglobati dalla finanziaria Compass per aver pagato a 3 il mio telefonino. Pazienza. Lo scorso 27 gennaio finiscono i miei 30 mesi di adesione obbligatoria al provider; chiedo le nuove tariffe, niente di che e soprattutto altro cellulare stokazzo, visto che sono un vecchio cliente.

Negozio a fianco. TIM. Ottima offerta e cellulare “in omaggio”. Sottoscrivo e “portabilizzo” il numero da 3 a TIM. Due giorni dopo il mio conto corrente viene addebitato di € 145 con la causale “maxirata finale finanziamento Compass”. Scendo al negozio 3 e chiedo con estrema e raffinata cortesia “Che cazzo sono questi soldi che mi hanno preso dal conto?” La ragazza risponde sorridendo “Si tratta di un addebito virtuale che la Compass fa a tutti i clienti che hanno ricevuto un cellulare in comodato d’uso a sistemazione contabile del finanziamento pro-forma. Questo importo le verrà restituito a mezzo bonifico bancario fra trenta giorni.”

A parte che “addebito virtuale”, “comodato d’uso”, “finanziamento pro-forma”…dà tutto l’idea di un completo distacco dalla realtà, non posso esimermi, da vecchio bancario smaliziato, dal fare qualche conto.

Leggo su Wikipedia che 3 Italia ha circa 9,6 milioni di clienti (dati al 3 ottobre 2012). Ora, ammettiamo che solo un terzo dei clienti (e voglio essere buono) usufruisca dell’offerta “cellulare gratis”; si tratta di circa 3,2 milioni. Arrotondiamo a 3 milioni, e per mera comodità statistica facciamo che essi siano ripartiti sui 12 mesi. Viene fuori che 250.000 clienti, a rotazione ogni mese, vedono scadere il loro piano tariffario e si vedono contemporaneamente addebitare da Compass 150 Euro di “sistemazione contabile”. Ne deriva che Compass, ogni mese, versa sul proprio conto 37.500.000 Euro che trattiene per un mese.

Una banca, oggi, a fronte di una giacenza di 37.500.000 (investiti magari in Pronti contro Termine), non ha alcun problema ad assicurare al proprio cliente un tasso di remunerazione dell’1,50% su base annua (vale a dire l’1,20% netto, vale a dire lo 0,10% su base mensile) che, trascorsi 30 giorni, genera un rendimento di 37.500 €, che in un anno arrivano a 450.000. Per noi dipendenti con lo stipendio “segato” dall’Euro fa più effetto parlare di 900.000.000 di vecchie Lire.

Il tutto, in maniera assolutamente indolore.

Però.