Archive for March, 2013

Nel film “C’era una volta in America” c’è un gangster – interpretato da Burt Young, più famoso come il cognato di Rocky – che continua a ripetere il suo mantra personale: “La vita è cchiù strana della mmerda”. Per la cronaca, poi lo ammazzano, ma non cambia il mantra.

Ieri a Perugia un imprenditore ha sparato a due impiegate della Regione, poi si è ucciso. E questa notizia teniamola un po’ lì.

La settimana scorsa prenoto un esame in un istituto privato di Genova. Specifico che sono in possesso di una polizza sanitaria stipulata dalla mia banca, e che tale polizza prevede la convenzione con l’istituto.

L’impiegata mi dice di mandarle una mail con la richiesta del medico, mi prenota l’esame (per oggi) e mi dice “Telefoni il giorno prima per sapere se la compagnia assicurativa ha dato l’OK”. Ieri pomeriggio telefono. Dieci minuti buoni di centralino con autorisponditore, poi finalmente risponde un essere umano (almeno così pareva). Mi dice che le pratiche per le polizze sanitarie le segue la sua collega Fabrizia, e di chiamarla l’indomani (stamattina) dalle 7.30 in poi.

Stamattina alle 7.35 chiamo. Il centralino continua a ripetere la sua tiritera, alternandola ogni tanto con “Attenda, la stiamo connettendo con l’interno desiderato”, che già un po’ mi sembrava strano in quanto non avevo espresso alcun desiderio in merito all’interno (a parte inconsciamente quello di visitare l’interno di Scarlett Johansson, ma tant’è).

Con l’auricolare infilato, mi vesto, mi preparo, esco per andare a lavorare. Dopo venti minuti arrivo all’ingresso dell’ufficio, e sempre con il centralino che mi promette mirabolanti connessioni con l’interno desiderato. Decido – è piuttosto vicino – di andare direttamente all’istituto per cercare di parlare con qualcuno.
Entro nella Sala Prenotazioni alle 8.20. Per 45 minuti netti ho sentito il centralino blaterare inutilmente. Prendo il mio numero, ne ho nove davanti.

Al mio turno, mi siedo di fronte…guarda guarda…alla famosa Fabrizia. Le dico “Ah, finalmente, è da stamattina alle 7.35 che provo a chiamarla”. Lei, frigida (il termine corretto sarebbe “algida”, ma intendo proprio “frigida”), risponde: “Noi rispondiamo dalle 8.30 in poi.” E io sorridente le spiego che non mi sarei permesso di chiamare alle 7.35 se la sua collega Wilma, non più tardi di ieri pomeriggio, non mi avesse detto di chiamarla a quell’ora; e che comunque se il centralino, invece di promettere collegamenti impossibili, si limitasse a ricordare agli utenti che è perfettamente inutile chiamare prima delle 8.30 sarebbe una piccola conquista per l’umanità ma un grande passo per i pazienti. Le spiego comunque che ero in attesa di una conferma sull’OK da parte della mia assicurazione.

“L’ha mandata la mail?” “Certo, il pomeriggio stesso della prenotazione?” “E a quale indirizzo l’ha mandata?” “Forse non mi crederà, ma l’ho mandata all’unico indirizzo e-mail che si trova sul bigliettino che mi avete dato, e che mi è stato confermato dalla ragazza che ha preso la prenotazione: info@(nome dell’istituto).it”

E lei, testuale “Ah, ma quelle mail lì non le leggiamo mai”.

E l’imprenditore di Perugia mi appare in quel momento oltremodo lodevole. Sparare no, ma un bel paio di ceffoni li avrei tirati fuori. “Signora Fabrizia, se io le do un appuntamento in Piazza De Ferrari, lei va lì e mi aspetta tutto il pomeriggio, poi mi telefona e io le rispondo ‘Ah ma io in Piazza De Ferrari non ci vado mai”…lei cosa pensa di me?” “Beh…” “Esatto, che sono uno psicopatico. Le spiacerebbe dirmi a quale indirizzo e-mail avrei dovuto inviare la documentazione? A uno qualsiasi scelto a caso nella mia rubrica?”

Nel frattempo lei legge la mail, stampa la documentazione e mi dice “L’OK della compagnia non è ancora arrivato…” “Non ne dubito, visto che probabilmente non avete mai inviato la documentazione”

Morale della favola: esame rinviato alla fine della settimana prossima. Mentre ringrazio e mi alzo, Fabrizia mi dice “E si ricordi di telefonare il giorno prima per sapere se è arrivato l’OK della compagnia.”

La vita è cchiù strana della mmerda.

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Posted: 01/03/2013 in Uncategorized

Stamattina sono venuto a lavorare a piedi. Una bella giornata, non dico di primavera ma non gelida come i giorni scorsi (premetto che per “gelido” io personalmente intendo “con temperature inferiori ai 15°”).

Percorrendo i portici della principale via di Genova, a metà circa una ragazza di colore con treccine fittissime e una pettorina colorata mi ha offerto il quotidiano gratuito “Leggo”. Cento metri più avanti un ragazzo con i dreadlocks mi ha offerto il quotidiano gratuito “Metro”. Peccato che il quotidiano gratuito “City” abbia chiuso l’anno scorso, altrimenti avrei avuto un’altra offerta, e avrei potuto giostrarmi tra gli articoli IDENTICI di tre “giornali” (tra virgolette non a caso, visto che di norma sono creati con banali Copincolla di notizie ANSA, Reuters et similia).

Qualche anno fa, ho vissuto a Londra per parecchio tempo. Al mattino, andando a lavorare, potevo trovare il quotidiano gratuito “Metro” in libera distribuzione negli appositi espositori presenti in tutte le stazioni del “tube”. Il network della metro di Londra sposta quasi 3 milioni di pendolari al giorno, e hanno un solo giornale. E nessuno che lo distribuisce. Qui se ci muoviamo in tanti siamo meno di un decimo, e di giornali ne abbiamo due, e decine di ragazzi in pettorina che al freddo e al gelo peggio della piccola fiammiferaia li distribuiscono.

Il gobbo più famoso della Storia (e non sto parlando di Rigoletto o di Quasimodo…un Ciocomerda a chi indovina) ha detto “A pensar male si fa peccato, ma quasi sempre ci si azzecca.”…quindi facciamolo: non è che dietro questa copiosa distribuzione di notizie perlopiù inutili o reiterate all’infinito si celi un qualche programma italiota di sovvenzioni, rimborsi, detrazioni che benefici al solito i soliti? Del tipo: “Crea un giornale con i ritagli degli altri, trova qualche disperato disposto a distribuirlo, e per ogni copia distribuita – e per ogni disperato che hai trovato – ti spetta….quello che ti spetta. E a me ne tocca una fetta.” (rima baciata ma molto triste)

Spero non sia vero. Ma temo che lo sia.