Archive for December, 2014

Primo punto. Genova è città ventosa, non scopro l’acqua calda e neanche la tiepida.

Città ventosa a tutto tondo, tra l’altro; almeno a Trieste c’è la Bora e basta. Qui non ci togliamo niente. La Tramontana che s’incanala nelle valli, incattivita dall’Effetto Venturi, ti rimbocca gli occhi nel cranio e ti incunea il freddo nelle ossa. Lo Scirocco che porta mal tempo, e che spinge l’odore del mare e del salino fino a Ronco Scrivia Nord, insozzandoti il parabrezza quando guidi in Corso Italia. Il Maestrale che spazza i monti e che non sai da che parte metterti per non prenderlo in faccia. Il Libeccio che porta quelle belle mareggiate a cielo scuro che ti senti come in “Un mercoledì da leoni” e che se guardi a Ovest da Capo Noli vedi il bel tempo che avanza.

Secondo punto. A Genova (e paraggi…nel senso di “dintorni”) senza una moto non ti muovi.

Strade pensate per far passare un carretto pieno di Dogi una volta alla settimana, creuse dove i bambini giocavano a pallone fermandosi ogni mezz’ora all’urlo di “Macchinaaaaa” oggi sono congestionate di auto, di SUV, di jeep che neanche nella Guerra del Golfo. Posteggi calibrati sulle dimensioni di una Panda, come il Parcheggio Piccapietra che se solo hai una Golf sei fuori dalle righe di venti centimetri. L’unica via di sopravvivenza è muoversi in moto. Al sole, di notte, con la pioggia, con la grandine, con la macaja.

Con il vento.

Abbinando il secondo punto al primo, si ottiene un mix tipo CocaCola e Aspirina, un cocktail micidiale. Perché il vento di Genova le moto le fa volare. Soprattutto quando sono fuori dal “ridosso” di muri, vicoli, palazzi, barriere. Per esempio, sulla Sopraelevata (Via Aldo Moro per i secchioni con il naso incollato a ViaMichelin o GoogleMaps). Ma solo per esempio.

Per garantire la sicurezza, esiste un’ordinanza della Polizia Municipale che in caso di vento forte vieta l’accesso alla Sopraelevata a tutte le moto. Peccato che questa ordinanza reciti “in caso di vento forte” senza specificare QUANTO forte. “Forte” è un aggettivo soggettivo. La formica è forte perché può trasportare 50 volte il proprio peso, io non devo essere forte per alzare un peso da un chilo, ma se lo metto sopra la formica, questa muore, forte o no. Usain Bolt va forte, ma se lo affianco con una Lamborghini diventa una lumaca con l’artrosi. Per un bambino di 6 anni io sono forte, ma per un culturista ripieno di steroidi io sono una mezza sega.

Quindi, in mancanza di una quantificazione di “vento forte”, la gestione della chiusura della Sopraelevata è diventata un fenomeno random.

Una mattina di Novembre parto da Arenzano con il mio scooter (una giapponese 400cc bicilindirca da 230 kg) e mi fiondo in autostrada. Piove con Scirocco. Niente di che. Raffiche zero, un laminare costante ricco di umidità e sabbia del deserto. Uscito a Genova Ovest, incontro due vigili che mi invitano a utilizzare le strade normali perché la Sopraelevata è chiusa alle moto. Faccio rispettosamente notare che ho percorso 25 km di autostrada (la più ventosa d’Italia, credo) senza problemi, e uno mi risponde:”Guardi, io ubbidisco agli ordini, non so niente”. Rispondo con la mia risposta standard in questi casi “A Norimberga quelli che dicevano così li hanno impiccati lo stesso. Arrivederci.” e m’infilo nella viabilità urbana.

Stamattina parto da Arenzano con raffiche di Tramontana che mi sbilanciavano mentre camminavo verso la moto. Scendendo verso l’autostrada il vento stoppava la moto in discesa, se non acceleravo. Percorso il solito tratto a non più di 80 km/h per non decollare verso il Monte Beigua, esco a Genova Ovest già rassegnato ma… Sorpresa! Sopraelevata agibile alle due ruote anche se sferzata da gelide raffiche impietose almeno a 50-60km/h. Ho visto una ragazza in Vespa scarrocciare come il Mascalzone Latino quando doppia Capo Horn, ma oggi il concetto di “forte vento” non è stato recepito nella sua potenza. Nessun avviso, nessuna deviazione, nessun blocco, nessun vigile.

Li avranno mica impiccati come a Norimberga? Dove tra l’altro non tira quasi mai vento.

…ma non avevano alabarde e uniformi da clown daltonici, né cassette di sicurezza a Ginevra e tantomeno la neutralità diplomatica.

Erano semplicemente degli ammassi pseudocircolari di carne tritata (mia nonna – psicologicamente invalidata dalla guerra – comprava quella uno scalino sopra la “tritata per cani”) che venivano cotti in abbondantissimo burro, a temperature da fonderia finché il burro diventava nero e – alla faccia dei grassi saturi e compagnia bella – veniva versato a mo’ di squisita salsina su quelli che oggi tutti quanti chiamano hamburger (e che per la cronaca ad Amburgo non se li caga nessuno).

In principio era il Mac, anzi il BigMac, poi sono arrivate storie di mucche senza gambe allevate in fattorie idroponiche come gli uomini-Duracell di Matrix, di vitelli con quattordici filetti, di polli incistati nello scroto di bufali mutanti…oppure semplicemente qualcuno si è accorto che a parte le irresistibili salsine-droga non è che il rapporto qualità/prezzo dei fast food fosse così conveniente.

E allora, lasciando agli americani le guerre dei bottoni tra Burger King e McDonald’s su chi ce l’ha più grosso, in Italia stanno sorgendo i “templi dell’hamburger” che sventolano le parole magiche, diventate ormai un mantra dappertutto: “carne chianina DOP”, “proveniente da allevamenti certificati”, “manzo consapevole che ha accettato per iscritto con firma autografa di essere abbattuto per creare ottima carne tritata per hamburger d’autore”, “muscolo rosso (e qui i più scafati ricorderanno un evergreen di Cicciolina con lo stesso titolo) a chilometri zero”…in pratica fast food un po’ meno caciaroni dei più famosi, che alla fine però ti gabellano un BigMac “window dressed” come il non plus ultra dell’alimentazione da gourmet.

A Genova, scendi per una via del centro storico e trovi un bugigattolo dove ti offrono hamburger di chianina, abbelliti con tutta una serie di condimenti e contorni scaldati al momento. Senza pretese, senza sbandierare filosofie umanistiche neoprogressiste, senza “tirarsela da strani” insomma. Ah, a proposito, sono buoni di brutto e costano meno di un “Mc Menu” che in bundle offre qualcosa come 1.200 calorie in eccesso.

Nella via con la “V” maiuscola del centro storico ha da poco aperto un ristorante (si fa per dire) di una catena internazionale di hamburger. La buttano un po’ (tanto) sull’illuminazione trascendentale, sulla Santità del Pane (con hamburger) Quotidiano, sulla (aridaje) filosofia della carne fassona con nome e cognome della mucca, con in aggiunta uno spruzzo di tecnologia “ordina comodamente con i nostri iPad”. Ma non puoi prenotare i panini da casa o dall’ufficio. Alla faccia della connettività remota, devi entrare nel locale, attendere che un ipad (con la batteria carica, possibilmente) si renda disponibile (l’ultima volta 18 minuti cronometrati), e finalmente digitare il tuo ordine.

In alternativa, puoi rivolgerti a qualche obsoleto essere umano, che una volta si chiamava cameriere ma oggi è un “collaboratore dello staff” che non a caso indossa magliette con su scritto “ne so quanto l’ipad e in più sorrido”. Gli hamburger in lista sono 5 (nuovo numero cabalistico dopo i troppo sfruttati 3, 7 e 9…povero Fibonacci!), ma ecco la prima sorpresa: uno da un posto così ascetico si aspetterebbe un’offerta tipo “San Francesco: pane azzimo, sale grosso, carne; Siddharta Gautama: pane chapati, carne di mucca consapevole, polvere di curry”… e così via.

Invece, le combinazioni offerte sono talmente piene di salse, intingoli, condimenti e contorni che se al posto della “carne di fassona piemontese DOP di vitelli allevati in un idromassaggio” ti servissero una suola Vibram da trekking estremo il risultato organolettico sarebbe uguale. Tra funghi porcini, cipollotti (di Tropea DOP ça va sans dire) caramellati al porto, salsa segreta #1, sautée di peperoni, pesto (orrido orror d’un orridezza orrenda!) eccetera, diciamo che la santità dell’hamburger viene resa un po’ troppo peccaminosa.

Dopo 18 minuti per ottenere l’ipad e altri 20 perché ci venga servito l’hamburger, la dimensione del panino “studiato da un artigiano panificatore pugliese e realizzato fresco ogni giorno a Milano (probabilmente con farine setacciate a mano e lieviti madre rispettosi del territorio)” assomiglia troppo a quella di un cupcake per non farci indignare. Quattro-morsi-quattro (è disponibile su richiesta un contributo video) e il Sacro Hamburger è storia passata. Le cipolle caramellate, invece, durano come la guerra israelo-palestinese.

Concludendo, non fosse altro che per quello che ho scritto qui sopra, viva la Svizzera forever. Bella madida di burro nero. Nero come il peccato. Del resto, la strada per l’inferno è lastricata di hamburger santi.

Guten Appetit.

 

Bah,

sarò vecchio e brontolone, starò iniziando a comportarmi un po’ come quelli che proprio detestavo, quelli che ripetono continuamente “Si stava meglio quando si stava peggio”, “Eh, quando io ero giovane…”, però.

Però.

Regali di Natale. Anch’io ho creduto a Babbo Natale (anche se mio papà, che di “Babbo” ha sempre avuto se non le fattezze sicuramente l’epa, lo chiamava stolidamente “Bambinello” o Gesù Bambino” nei momenti più religiosi) e anch’io, nelle mie letterine vergate rigorosamente su pagine strappate dal quaderno di brutta, ho chiesto – forse più di una volta – “dei Lego”.

Al mattino del 25, sul plaid scozzese che riprende il tartan di qualche oscura famiglia di MacSticazzi disposto con cura ai piedi dell’alber(ell)o, trovavo puntualmente quello che avevo chiesto, tra cui (vedi sopra) il secchiello strapieno di mattoncini Lego…please pay attention: ho scritto “mattoncini”!!!

E come il Pietro del titolo, con i mille mattoncini – a guisa di pietre – si poteva costruire non solo la Chiesa di Gesù  ma un sacco di altre cose. Erano mattoncini parallepipedali (?), cioè rettangolari, per intenderci: a quattro, sei o otto “pirulini”. Poi c’erano le tegole verdi, le finestre bianche, le porte articolate e – un vero must – il piano di costruzione verde prato.

E una volta finita la casa, magari con un primo aiutino da parte del papà, la potevi SMONTARE e CON GLI STESSI MATTONCINI, semplicemente CAMBIANDO LA DISPOSIZIONE, costruire un muro, uno stadio, la scuola, una giraffa, un astronauta (con l’obbligo di una finestra sulla schiena a simulare lo zaino-respiratore). Poi rimettevi tutti i mattoncini nel secchio, ALLA RINFUSA, e il giorno dopo li tiravi fuori e ricominciavi a costruire quello che volevi.

Già l’anno scorso i bimbi hanno chiesto il Lego Technic Elicottero e il Castello di Dracula Monster Fighter. A parte il prezzo oltraggioso (190 euro il castello e 160 euro l’elicottero), a parte il manuale di sessanta pagine diviso in 78 step successivi per costruire la “cosa”, a parte i dieci sacchetti numerati in cui sono divisi i singoli mattoncini, a parte il fatto che i mattoncini di “mattoncini” non hanno proprio più niente, a parte il fatto che senza l’aiuto di un adulto appassionato di enigmistica il portare a termine la costruzione non è possibile, la considerazione più grave merita un paragrafo a parte.

Eccolo. Una volta terminata la costruzione, NON È POSSIBILE costruire nient’altro. Cioè, in realtà se perdi il manuale di istruzioni non è neanche possibile ricostruire correttamente il pezzo originale. Quindi, dopo aver speso quasi 200 euro e perso ogni possibilità di redenzione terrena o divina a causa delle bestemmie erogate durante le fasi di costruzione (che comunque non richiedono, a parte i casi di partecipanti tetraplegici, più di un paio di giorni), il tuo elicottero e il tuo castello di Dracula possono far bella mostra di sé su qualche mensola o scaffale (trasformandosi in quelli che mia nonna chiamava “raccattapolvere”).

Poi li prendi per giocarci, afferrando ovviamente il castello dalla torretta e l’elicottero dal rotore, ti cadono miseramente per terra in un’esplosione di pseudomattoncini, hai perso il manuale e alla fine, con una scrollata di spalle, infili tutto in un sacchetto dell’IKEA che sbatti nel “cassetto premorte” che esiste in ogni stanza di ogni ragazzo: dopo un transito più o meno lungo nel cassetto premorte, il passo successivo è “lo regaliamo a qualche bimbo sfortunato” oppure “ma ci giochi ancora con questo?” e via nella rumenta.

Ma il Natale dopo torna la magia, tornano le letterine e tornano le richieste di Lego e dei loro mattoncini non euclidei. Ecco le ultime novità, e i loro prezzi (veri e controllati…se li pensate in “vecchie lire” fanno più effetto): Ruspa Volvo con sei motori e due telecomandi, 1.636 pezzi, 249 euro (482.100 lire); la Torre di Orthanc del Signore degli Anelli, 2.359 pezzi, 200 euro (388.00 lire); ma la vera chicca rimane Star Wars La Morte Nera, 3.738 pezzi, 449 euro in offerta a 417 (807.500 lire in offerta, sti cazzi).

Ho trovato dei vecchi mattoncini Lego in un mio stanzino premorte dimenticato nella casetta al mare…li ho fatti vedere ai ragazzi che dopo un breve esame hanno concluso con “Si va beh ma non ci puoi fare niente.”

Esatto. Non ci posso fare proprio niente.

Buon Natalego e Felice Montaggio Nuovo. Attenti a non perdere le istruzioni.

Certe volte uno sembra si addormenti, profondamente, poi basta un piccolo rumore, anche subliminale sicuramente non forte come un tuono, per risvegliarlo di colpo, come se il tempo non fosse trascorso.
E, come se il tempo non fosse trascorso, si può riprendere da dove ci si era fermati.
“Eh già, bravo…e tutto questo tempo cos’hai fatto?” “Ho fatto come ‘Noodles’ De Niro in C’era Una Volta In America: sono andato a letto presto.”

Questa mattina dovevo stipulare un atto di mutuo, e per la Legge (ma la merita la “L” maiuscola, questa nostra legge?) devo dimostrare – anche se l’ho dichiarato autocertificato firmato giurato __________ ____________ (aggiungete voi qualche participio) mille e non più mille volte – di non essere sposato. Per la cronaca, mi sono separato nel 1994 e divorziato nel 2003. Comunque, al notaio (minuscolo senz’altro, questo) serve un “Estratto per riassunto dell’atto di matrimonio”.

Si tratta di un documento che viene rilasciato solo all’ufficio anagrafico PRINCIPALE del comune di residenza, e non può essere richiesto online né sostituito da autocertificazione. Capisci, mandiamo le sonde su Marte che ci rimandano immagini in FullHD; spediamo navette sulle comete che ci rimandano le analisi spettrografiche dell’acqua presente nelle rocce; ci sono astronauti che vivono mesi e mesi su stazioni spaziali…ma non posso collegarmi al sito del Comune di Genova per scaricarmi da casa uno stramaledetto documento che gli impiegati, invece, visualizzano sul computer. E stampano. Per un euro e cinquanta. Più due euro forfettari di posteggio. Più un’ora di permesso dal lavoro.

Comunque, ieri mattina posteggio (due euro) e, forte della mia ora di permesso dal lavoro, entro nell’Ufficio Anagrafe Centrale dove incontro due uscieri assolutamente inerti, di fronte a una macchina che non avrebbe sfigurato in Metropolis di Fritz Lang e che eroga scontrini numerati, con una lettera a precedere il numero in ragione del certificato di cui si ha bisogno. Mi avvicino e dico “Buongiorno, mi serve un estratto dell’atto di matr…” “Secondo piano non serve il numero ufficio 221”.

Salgo le scale, seguo le frecce verso l’ufficio 221 e nella prima sala mi ferma un terzo usciere “Dove va? Di cosa ha bisogno?” “Devo fare un estratto dell’at..” “Ufficio 221”.

Vado. La porta è aperta. Nessuno dentro, nessuno nel corridoio, nessuno probabilmente nel palazzo, a parte gli uscieri. Mi affaccio. Seduta dietro la scrivania, una donna. Le due sedie davanti sono vuote. Entro. “Buongiorno…” “Ha preso il numero?” “Veramente, il signore giù di sotto mi ha det…” “Quello giù di sotto dice quello che vuole, qui DI SOPRA le serve un numero” “Ah, e dove lo prendo?” “Appena fuori dalla porta”.

Esco. C’è un distributore di numeri. Prendo il primo, a strappo, è il 57. Torno dentro. “Ecco, ho preso il numero.” “Che numero è?” “Cinquantasette.” Lei sbuffa, ruota la testa come un’indemoniata e guarda il contatore digitale dietro di lei. Segna il cinquantasette. Si gira verso di me, sorride e dice “Tocca a lei!”
Felice di aver superato tutta quella coda di spiriti invisibili che si accalcava davanti a me, mi siedo e dico “Mi serve un estratt…” “dell’atto di matrimonio, certo, qui non facciamo altro. Cognome e nome.” “Stefano Lasagna” “Mi serve il cognome e dopo il nome” “Lasagna Stefano” “Ricorda il nome della moglie?” Una dura prova di memoria, dopo sei anni di fidanzamento, quattordici di matrimonio e una figlia. Glielo dico.

Esce un foglio dalla stampante. “Che cosa se ne fa di questo estratto? Lei ha DI-VOR-ZIA-TO nel 2003, avrebbe potuto sposarsi e risposarsi altre due volte. A lei serviva un certificato di stato libero, ma sono tutti idioti, i notai, un euro e cinquanta” Le metto sul tavolo una moneta da due euro “Non ce li ha contati?” “No, mi spiace” “Eh, intanto qui facciamo le banche” e mi restituisce dieci monetine da cinque centesimi.

Mi alzo e le dico “Grazie mille, faccio entrare gli altri?” ma non raccoglie.

La giornata è appena cominciata, coraggio.