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Grazie dei fiori

Posted: 25/04/2018 in Uncategorized

Dopo anni, tanti anni, Genova ha di nuovo l’Euroflora.

Anni, tanti anni fa, l’Euroflora si teneva alla Fiera di Genova. Il Palasport era il punto focale: triste, lugubre, con tutto quel cemento armato a vista, la pessima acustica, i due giri di gallerie con i loro labirinti di scale, dispersivi, BRUTTI. Appena varcavi l’ingresso del Palasport durante l’Euroflora, però, venivi trasportato in un altro mondo, come i ragazzini che giocano a Jumanji: una giungla in piena regola ti attendeva all’interno dell’ecomostro, una giungla che copriva per magia il cemento armato.

Rampicanti colorati scendevano dalle gallerie, i colori erano quasi ipnotizzanti, il profumo delle piante e la loro umidità, le cascatelle artificiali, i diorami floreali, le composizioni incredibili, gli immensi giardini fioriti apparentemente a perdita d’occhio; spariva il Palasport, spariva la Fiera, spariva Genova. Erano solo fiori e piante, ovunque. E il biglietto era già caro allora, comunque, ma l’Euroflora arrivava solo ogni cinque anni e allora che diamine, si vive una volta sola. Tutti i viali del centro, con le aiuole a dividere le carreggiate, erano ricoperti di fiori; quelli che malauguratamente appassivano venivano cambiati nella notte, peggio che alla Reggia di Versailles, in maniera che il mattino dopo tutto fosse pronto ad accogliere i visitatori entusiasti.

La Fiera di Genova quest’anno non sembrava il luogo adatto per il ritorno dell’Araba Fenice floreale: meglio i Parchi di Nervi, vuoi per la location, vuoi per la location e senz’altro anche per la location. Altri vantaggi non si palesano, in questo momento. I Parchi di Nervi sono, per l’appunto, a Nervi. In fondo a una strada che a ogni metro si restringe sempre più: dalle tre corsie di Corso Europa alla corsia singola di Via Oberdan fino alla corsia singola a scartamento ridotto di Viale delle Palme. Posteggi, pochi. Difficoltà di manovra, tanta. Vigili, numerosi. Casino, inenarrabile.

Come ingresso principale della manifestazione è stato scelto quello a fianco della Stazione ferroviaria di Nervi, in fondo a Viale delle Palme e poi subito a sinistra in una straducola stretta stretta dove è stato vietato il transito anche ai gatti del Porticciolo. Immaginati ventimila persone al giorno che si ammassano di fronte alla stazione, stipano la straducola e aspettano di entrare con il loro bel biglietto.

Biglietto acquistato on-line, del quale è però NECESSARIA la stampa, e mica una stampa di scarsa qualità, mica: se per caso il codice a barre non è perfettamente leggibile dagli scanner, gli inflessibili steward ti rimandano al punto assistenza dove, previa coda epocale, ti verrà stampato un altro biglietto. Se per caso non hai acquistato il biglietto on-line, nessun problema: in fondo a Viale delle Palme, sperduta in mezzo alla folla che gremisce anche gli interstizi dei muretti a secco, c’è una biglietteria.

UNA, biglietteria. Un singolo sportello. Con un cartello in bella mostra: “CASH ONLY – SOLO CONTANTI”, capirai, nel 2018 in un Paese del G7 non vorrai mica che si possano accettare, puta caso, Bancomat o addirittura carte di credito. Il biglietto costa 23 euro, e la cassiera ripete costantemente il suo mantra: “Ha mica 3 euro?”. Scegli un prezzo tondo, no? Anche 25 euro (tanto se uno è disposto a pagarne 23, che problema può avere a pagarne 25?); se non vuoi creare traumi mettilo 24,99 e riempi i cassetti della cassiera di monetine da 1 centesimo.

Finalmente, più leggero di 23 euro, di un litro di sudore perso in coda e se ti va di sfiga anche del portafoglio che con la ressa qualcuno ti ha sfilato, entri nel Magico Mondo dell’Euroflora. Per capire che qualcosa non sta funzionando a dovere, e non sei tu.

Innanzitutto, la location. Sono TROPPO belli, già per conto loro, i Parchi di Nervi: grandi, verdi, pieni di alberi, hanno anche il loro celebratissimo roseto, sono direttamente affacciati sul mare, se guardi verso est vedi Recco, Camogli, Punta Chiappa e puoi immaginare il Monte di Portofino; se guardi a Ovest vedi tutta Genova e se il tempo è bello lo sguardo arriva sino a Capo Noli. Non sono tristi e cementificati come il Palasport, quindi per stupire non bastano dei fiori colorati, due cascatelle (che non ci sono, peraltro) o dei rampicanti messi qui e là: per surclassare i Parchi di Nervi devi superarti, e farlo alla grande. Alla grandissima, anche.

La scelta temporale non può mancare di suscitare qualche perplessità. Le rose fioriscono a Maggio, lo sanno tutti, e qualcuno ci ha anche scritto delle belle canzoni. E’ abbastanza facile intuire che se inauguri una mostra di fiori prima di Maggio esiste il forte rischio che le rose non siano ancora fiorite. QED.

D’accordo, non si poteva prevedere che l’inverno potesse durare fino ai primi di Aprile, ma quando organizzi un’esposizione di questo tipo, di questa portata (e di questo costo) certe variabili devi tenerle in considerazione; triste, brutto, cementoso…ma il Palasport era al coperto, ed erano le piante stesse a creare il calore e l’umidità necessari per il loro essere rigogliose.

Quindi, i visitatori che – è bene ricordarlo – hanno pagato l’importo non trascurabile di 23 euro, hanno fatto almeno un’ora di coda nel caos più totale per entrare e hanno iniziato a vedere qualche aiuola dopo aver percorso i primi viali dei Parchi a passo d’uomo nella ressa che neanche ai funerali di Elvis Presley, rimangono lievemente contrariati dal fatto che un buon 75% dell’esposizione sia rappresentata da fiori non ancora sbocciati, e che buona parte di quelli più o meno fioriti sia evidentissimamente invasata (non nel senso di “indemoniata”, ma proprio di “contenuta in vasi”); gli agronomi e i garden designer (si chiamavano fioristi, credo, in allora) delle vecchie Euroflora si staranno rivoltando nella tomba. Capaci tutti, tsé, a scrivere (male) “Euroflora” allineando dei vasetti; più difficile se le piante vengono disposte nella terra, curate, concimate, raddrizzate, sostituite, amate…

Nel film “Jurassic Park” c’è un personaggio, un matematico appassionato della Teoria del Caos, che a un certo punto – dopo aver girato per un bel po’ senza vedere alcunché – chiede al miliardario che ha creato tutto il parco: “Senta, è previsto che si vedano dei dinosauri, nel suo parco dei dinosauri?”; lungo i viali dei Parchi di Nervi, le battute di questo tipo si consumavano: “Senta, da dove viene lei? Ah, dal roseto? E ci sono fiori, là? Perché qui, non se ne sono ancora visti!”

Poi, incuriosito dalla location nella location, ti avvicini allo “Stagno delle Ninfee”, nel quale non si vede una ninfea neanche a morire, ma in compenso fanno bella mostra di sé alcune calle, posizionate nell’acqua naturalmente all’interno dei loro bei vasi. Forse in questo caso sarebbe stato utile un cartello. No, non quello “CASH ONLY – SOLO CONTANTI”…forse un cartello, scritto con gentilezza, che umilmente spiegasse con parole facilmente comprensibili il fatto che ancora l’Uomo non è in grado di comandare le Leggi della Natura. Qualcosa tipo “Cari Visitatori, questo è lo Stagno delle Ninfee perché in origine il nostro progetto prevedeva che un mare di bellissime ninfee coprisse tutto lo specchio acqueo; purtroppo, però, il tempo inclemente e il freddo non ci hanno aiutato, e le ninfee non sono riuscite a crescere. Abbiamo quindi posizionato nello Stagno qualche calla, perché niente è più triste di un posto, destinato a ospitare fiori, che rimane vuoto. Grazie per la vostra comprensione.”

Gli Inglesi dicono “You can lead the horse to water, you can’t make him drink”. Puoi sistemare i fiori, i vasi, la terra, le armature di fil di ferro, lo stagno; puoi innaffiare e concimare il tutto; non puoi ordinare ai fiori di sbocciare. Questo può sembrare un fallimento, ma probabilmente è la cosa più meravigliosa che possa succedere in Natura.

Un po’ più difficile, e meno meraviglioso, sarà spiegare tutto questo a chi ha pagato 23 euro per vedere i Parchi di Nervi, che per il resto dell’anno sono gratuiti, bellissimi e soprattutto semideserti.

Se son rose, fioriranno. A Maggio. Speriamo.

 

 

Domenico, che gli amici chiamano Nico, è un omone alto 1 metro e novanta che pesa più di 110 chili perché da quando è nato adora mangiare, e mangiare tanto.

Nico – ormai siamo amici – convive con Carla da tanto, tanto, tanto tempo. Carla è un donnone alto 1 metro e settantacinque che pesa più di 80 chili, perché ha sempre adorato mangiare, e da quando sta con Nico adora anche mangiare tanto.

Nico ha al suo attivo tre interventi di ernia del disco, una protesi al ginocchio e una protesi all’anca; dopo il decorso post-operatorio è perfettamente in grado di guidare l’auto, salire le scale, arrivare nella sua casetta in Piemonte, entrare in cantina e seguire la sua grande passione: fare il vino come una volta, con l’uva prodotta dalla vigna di famiglia, piccola ma sincera, pochi filari di Dolcetto d’Acqui DOC.

Carla ha sei ernie del disco, ma ha un terrore folle di medici, analisi, ospedali e interventi chirurgici, quindi non si è mai fatta operare, e adesso non riesce quasi più a camminare; e quando lo fa, è storta come un punto interrogativo. Usa il bastone, non riesce a fare le scale e neppure a seguire la sua grande passione: Nico.

Ah, quasi dimenticavo: Nico ha 85 anni, Carla 80.

Dopo le insistenze di figli, nipoti e cugini, superando quella inspiegabile vergogna che le persone anziane hanno nel palesare le loro magagne, Carla ha deciso di farsi visitare per chiedere non un miracolo che le faccia vincere i 100 metri piani alle Olimpiadi, ma almeno la pensione di invalidità…quella che con un’inspiegabile delicatezza viene chiamata “accompagnamento”.

Dopo un numero apparentemente infinito di visite, esami, colloqui, analisi, raggi, risonanze, altre visitecolloquiesamianalisi… Carla ha ottenuto la conferma: l’INPS le riconoscerà una pensione di…ops, un accompagnamento.

Dopo un paio di mesi, Carla riceve una lettera dall’INPS; la apre febbrilmente e insieme al suo Nico iniziano a leggerla.

“Gentile CARLA…

Per usufruire delle prestazioni economiche conseguenti all’esito del verbale, la invito ad inserire on-line i dati necessari all’accertamento dei requisiti socio-economici, seguendo le indicazioni nello schema allegato. Per l’accesso al sistema potrà utilizzare il PIN in suo possesso.

Se preferisce, può rivolgersi ad uno degli Enti di patronato riconosciuti dalla legge, che le fornirà assistenza gratuita. Le informazioni dovranno essere trasmesse entro 30 giorni dalla data di ricevimento di questa comunicazione, in caso contrario la domanda si intenderà respinta.”

Figurati Carla come si è sentita, a leggere “inserire on-line”, “lo schema allegato”, “il PIN in suo possesso” ma soprattutto “in caso contrario la domanda si intenderà RESPINTA”; ha 80 anni, Carla, è in pensione da 25, la cosa più moderna che aveva in ufficio prima di andare in pensione era la macchina da scrivere elettrica…sa assai, Carla, di che cos’è un PIN…l’unica cosa che la preoccupa, però, è quel “la domanda si intenderà RESPINTA”.

Allora chiamano il figlio di Nico, che per fortuna un po’ in queste cose ci si sa muovere.

Prima di tutto il sito INPS, poi “Entra in MyINPS”, poi “Richiedi il PIN”: inserisci il codice fiscale di Carla, inserisci un recapito telefonico…il figlio di Nico metterebbe il suo, ma Nico non vuole essere escluso, quindi vai con l’inserire il numero di Nico, inserisci un indirizzo mail…e qui Nico non ha voce in capitolo.

Il figlio di Nico se ne torna a casa, ma Nico lo chiama dopo un paio d’ore “Mi è arrivato un messaggio con delle lettere e dei numeri…” “Tienilo lì!!!” “Ma cosa me ne faccio? Lo cancello? Non è una truffa?” “TIENILO LÌ CAZZO!”

Dopo dieci giorni, a casa di Carla e Nico arriva una lettera dall’INPS. Contiene la seconda parte del PIN, altre 8 lettere. Il figlio di Nico torna a casa dei due, recupera dal telefono di Nico le prime 8 cifre, le aggiunge alle altre 8 arrivate per lettera, rientra nel sito INPS, poi “Entra in MyINPS”, poi digita il codice fiscale di Carla, il PIN intero di 16 cifre. Il sistema a questo punto genera un secondo PIN di 8 cifre “che cambierà ogni 6 mesi” e che “si deve annotare e tenere in un posto sicuro”; ora bisogna uscire, rientrare in “MyINPS” digitare il codice fiscale di Carla, il nuovo PIN…e finalmente si entra nel dossier INPS di Carla.

Il figlio di Nico è uno smanettone, ma dopo mezz’ora di clic e riclic su vari link si sta quasi dando per vinto: da nessuna parte riesce a capire se “i dati necessari all’accertamento dei requisiti socio-economici, (da inserire on line) seguendo le indicazioni nello schema allegato” alla fine sono già stati inseriti o no.

Carla nel frattempo continua a ripetere “…e se me la respingono?”.

Il figlio di Nico, nei giorni successivi, cerca di contattare l’INPS al numero verde, ma nessuno gli può fornire informazioni perché lui non è Carla. Lui è disposto a fornire tutti i dati di Carla, anche i più segreti, ma niente. Un ultimo tentativo, così per gioco, e finalmente dall’altra parte un impiegato che ha deciso che le istituzioni, anche le più kafkiane, sono in fondo composte da uomini, esseri viventi dotati di un cervello e di un sistema nervoso centrale che non è in grado di bloccare un impulso rettiliano chiamato Libero Arbitrio.

Quindi chiede al figlio di Nico prima i suoi dati personali per identificarlo (per fortuna che anche il figlio di Nico possiede un codice fiscale e un PIN INPS funzionante), poi tutti i dati di Carla…e infine pronuncia una semplice frase “Non le posso dire altro, ma la pratica è approvata, la documentazione è completa e al massimo entro un mese riceverà il primo bonifico”.

Facciamo un gioco.

E se Nico e Carla non avessero avuto figli? Neanche un cugino alla lontana con un iPhone?

Come avrebbero potuto farcela, poveri incolpevoli ultraottantenni che non hanno neppure Netflix e che ancora credono che Fifa18 sia la versione giovanile di  “La paura fa 90”? Cosa ne sanno, loro, che se ne stanno in case piene di fotografie del passato in cornici d’argento un po’ annerite “quelle delle comunioni”, che fanno la spesa poco alla volta perché i sacchetti pesano sempre di più, che si vergognano a chiedere di aiutarli a cambiare la lampadina in cucina e mangiano per tre mesi alla luce della cappa aspirante, finché il figlio di Nico non se ne accorge per puro caso…cosa ne sanno loro di PIN, inserimenti Online, schemi allegati, trasmissione di documentazione?

Come avrebbero fatto? La domanda sarebbe stata forse RESPINTA, come Carla teme tuttora, finché non vede i soldi sul conto.

Come avrebbe fatto, il figlio di Nico, a sapere che andava tutto bene se non avesse incontrato un impiegato iconoclasta e contro le regole come il “dipendente Folagra” di fantozziana memoria?

Quanti Nico e Carla ci sono, che non sanno come fare?

Ah, quasi dimenticavo: il figlio di Nico, sono io.