Il solito, signore?

Posted: 04/03/2020 in Uncategorized

Il rito del caffè mattutino, e non solo mattutino, è forse la più tipica espressione dell’Italianità quella sana, ancor più della pasta e della pizza, per tacer del mandolino. Infatti, mentre ormai una buona pizza la si può trovare praticamente ovunque, basta varcare la frontiera verso una qualsiasi direzione, basta percorrere pochi chilometri in terra straniera e chiedere un caffè diventa una specie di autoflagellazione, un cilicio autoimposto e non più un piacere.

Abbandoni l’Italia lato Ventimiglia, e al primo autogrill francese (che trovi quasi subito) già il caffè ti sembra il liquido che potresti trovare nel tuo lavello, nella tazzina appena messa a sciacquare. E in Germania non è meglio…certo, in giro per il mondo ci sono le mega catene da Starbucks a Nero che per cifre degne di una gioielleria ti servono un “isprezolatti” che non è cattivo ma non ti regala la gioia intrinseca di deglutire un piccolo sorso di Inferno peccaminoso come quando prendi il caffè “qui da noi”.

Però. Però anche qui qualcuno si impegna strenuamente per rovinarti questo piccolo grande piacere. Nulla da eccepire, salvo eccezioni davvero rare, sulla qualità, piuttosto sul prezzo del piccolo Inferno.

L’altra mattina entro in un locale relativamente nuovo, in pieno centro, sotto i portici di un teatro giustamente famoso, e ordino un caffè. Mugugnando (lecito per i Genovesi a ogni ora del giorno) tra me e me cerco nelle tasche la monetine da 10 cent diventata necessaria da quando il prezzo del caffè è salito – ingiustificatamente mi permetto di dire – a un euro e dieci. Metto sul banco l’equivalente dei 30 denari, bevo il mio caffè e saluto; la barista mi sorride, e mi dice “Un euro e venti, signore, grazie”. Il mio cervello rettilineo mi suggerisce istintivamente una risposta tranchante del tipo “E grazie al cazzo”, ma mi limito a mettere sul banco un’altra monetinina e uscire borbottando.

La mattina dopo incontro un amico, che vuole offrirmi un caffè, e mi porta in un locale relativamente nuovo, in pieno centro, a (controllato) 180 metri dai portici di un teatro giustamente famoso. Prendiamo due caffè e al momento di pagare il mio amico mette sul banco un euro e sessanta. Quando si accorge che lo sto guardando come se avesse un pitone reale che gli sta uscendo da una narice, sorride e mi dice “Già, qui il caffè costa ottanta centesimi!”.

E allora, dove sto sbagliando? 180 metri di distanza, locali nuovi entrambi, puliti entrambi, con musichette piacevoli di sottofondo entrambi, baristi gentili entrambi e caffè buono entrambi. Non uno in Park Avenue e uno nel Bronx: centottanta metri, possibile che in questo tragitto il caffè aumenti del 50%? Possibile che nel primo bar anche il garzone giri in Aston Martin mentre nel secondo la moglie del barista per sopravvivere venda il suo corpo nei viali di periferia? Non credo.

Un caffè (da ottanta centesimi) a chi mi spiega l’arcano. E domani parliamo di brioche, cornetti e tanta follia.

Follia che vi auguro anche per oggi.

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