Copiare un’imitazione dell’originale è esso stesso un originale?

Posted: 17/03/2020 in Uncategorized

La cosa più difficile, in questa situazione che direi nessuno di noi ha mai sperimentato di persona, limitandosi magari a osservarla “da lontano” in qualche fumetto (dall’Eternauta a The Walking Dead) o film catastrofico, è fare come in Fight Club: Prima Regola, non si parla di Coronavirus. Seconda regola, non si parla di Coronavirus. Terza Regola, statevene a casa. Ma a casa però.

Ecco perché oggi tenterò l’intentabile, oserò l’inosabile, scriverò l’inscrivibile…parlando di tutt’altro.

Strano come i sensi si acuiscano in determinate situazioni di emergenza: sarà l’adrenalina, sarà qualche altra “ina” prodotta dal nostro corpo ma ieri mattina, entrato in un supermercato ben lungi dall’essere quel luogo di desolazione e scaffali vuoti che si sente descrivere in giro, approfittando dell’assoluta mancanza di folla…dove con “folla” intendo quella pletora di pensionati e vecchiette  malvagie che ti seguono a ruota e ogni volta che ti fermi a prendere qualcosa da mettere nel carrello scalpitano e sbuffano come se anche loro guarda caso dovessero prendere esattamente quella cosa lì…quindi dicevamo “assoluta mancanza di folla” ho avuto il tempo di osservare alcune cose.

MA torniamo un po’ indietro nel tempo, quando eravamo ragazzi, e proprio come adesso c’erano delle mode da seguire. Ok, non c’era la Ferragni, non c’erano i rapper, i trapper e neanche gli smartphone più evoluti. Il telefono in casa era uno, il mio nella fattispecie era di bachelite nera appeso alla parete del corridoio così, dovendo stare in piedi e in mezzo al passaggio, uno ero spinto a fare telefonate brevi. Ma anche allora c’erano i miti dell’abbigliamento…no, non le Timberland, il Charro, la Best Company, Naj Oleari…sono più vecchio di chi è stato paninaro, quando sono uscite le sfitinzie io lavoravo già. I miti dei miei tempi erano il giubbotto Baracuta, il cappello di lana Stevenson, le scarpe a punta Peterflowers (che io non ho mai potuto mettere: avevo il 46 già allora, e se alla lunghezza del piede avessi assommato la punta strettissima dove le dita non entravano neanche con l’invito mi sarei trovato ad andare in giro con mezzo metro di babbucce da sultano), le College dove si infilava la moneta da 20 lire nella fibbia, a sinistra se eri single, a destra se eri “minato”. E per gli sportivi c’era la borsa dell’Adidas.

Ma anche allora, c’era chi semplicemente non se li poteva permettere, i miti, e anche se la Cina era lontana (“l’orgoglio di fantastiche operaie”, canterebbe Battiato), e quindi la qualità delle imitazioni era quantomai (Dio, come allittero!) scadente, esse esistevano e venivano commercializzate in appositi negozi (qui a Genova nel centro storico più bieco) dove, come molto spesso accade in Italia, tutti lo sapevano ma nessuno lo sapeva. Ma facevano SCHIFO, le imitazioni: la borsa dell’Adidas portava scritto “Addas”, il Baracuta aveva scritto “Barracuda” (e ci mancava solo puzzasse di pesce) e il cappello di lana Stevenson me l’ero fatto fare dalla mamma di un amico che lavorava a maglia ma non aveva troppo l’occhio per le misure, e quando lo indossavo sembravo un rapinatore idrocefalo.

Poi sono arrivati “i marocchini” con le “Luivitton” scaberce, le Nike che perdono la suola e i Levis che se ci sudi dentro ti tingono le palle di blu… e da quando la Cina ha deciso di scalare il mondo ci sono imitazioni di Rolex che per smascherarle ci vuole un orologiaio svizzero che ne apra la cassa, imitazioni di Louis Vuitton che ingannano anche gli artigiani francesi…ma per forza, se fai fare i tuoi prodotti di marca in Cina (o paesi confinanti) prima o poi uno si farà LA Domanda: ma perché produco (poniamo per puro caso) telefoni che mi vengono pagati 50 dollari e rivenduti a 1000, quando con il know how acquisito li posso costruire io pagandoli 30 dollari e vendendoli a 500? Un bel mattino, un certo signor Huawei deve essersi posto questa domanda…

Ormai si imitano anche le imitazioni, come guardarsi in uno specchio con un altro specchio alle spalle: l’immagine viene ripetuta all’infinito e non sai fin dove potresti arrivare, facendo come Alice. E non c’è limite a quello che viene imitato.

“Osservando alcune cose…”, dicevo, non ho potuto non accorgermi della manifesta disonestà delle aziende che commercializzano prodotti per lo più scadenti (o comunque non al top di gamma) confezionandoli in packaging (scusate l’inglese) molto, troppo simili a quelli dei prodotti più famosi per non far pensare a un atto doloso.

Vogliamo parlare della passata di pomodoro in alto? Osservando bene Il logo, il carattere, le 5 lettere del nome (di cui le ultime tre uguali alla concorrente) non vi sembrano un pochinino TROPPO simili al logo della più ben nota marca in basso?

E questa carta igienica? Non trovate che la scelta dei colori della confezione POTREBBE trarre in inganno un consumatore poco attento, magari anziano o semplicemente mezzo orbo? Attenzione però: se ti pulisci con l’imitazione devi fare MOLTA attenzione, perché la resistenza della carta – data l’indubbia qualità inferiore – potrebbe riservare sorprese poco piacevoli…nessuno vuole che una delle sue dita possa superare con violenza la barriera cartacea, per andare a visitare controvoglia paesaggi …che lasciano il segno.

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Ma sono i biscotti, probabilmente, i Re delle imitazioni nei supermercati. Qui però si tratta di vere e proprie repliche, dove oltre agli ingredienti viene imitata con esattezza anche la forma, il colore…persino le stelline!

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E di colpo mi viene voglia di infilarmi lo Stevenson malcagato che mi ha accompagnato per un lungo inverno alle medie, cercare le College nere che mi ero fatto comprare promettendo sfracelli a mia mamma, pensare alle Peterflowers che non ho mai potuto mettere, gettarmi sulle spalle con nonchalance il vecchio Barracuda con l’interno scozzese…e tornare indietro di 40 anni, raggiungendo i miei amici al campetto, tirando fuori dalla mia borsa Addas…il mio iPhone 11 da 1.200 euro, pagabili in comode rate a 30 mesi, che per potermele permettere mangio i Galletti della Coop e mi pulisco il sedere con la Vit Salvaspesa, e molto spesso anche con due dita.

Tre, a volte. C’est la vie.

 

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