Archive for the ‘Uncategorized’ Category

La cosa più difficile, in questa situazione che direi nessuno di noi ha mai sperimentato di persona, limitandosi magari a osservarla “da lontano” in qualche fumetto (dall’Eternauta a The Walking Dead) o film catastrofico, è fare come in Fight Club: Prima Regola, non si parla di Coronavirus. Seconda regola, non si parla di Coronavirus. Terza Regola, statevene a casa. Ma a casa però.

Ecco perché oggi tenterò l’intentabile, oserò l’inosabile, scriverò l’inscrivibile…parlando di tutt’altro.

Strano come i sensi si acuiscano in determinate situazioni di emergenza: sarà l’adrenalina, sarà qualche altra “ina” prodotta dal nostro corpo ma ieri mattina, entrato in un supermercato ben lungi dall’essere quel luogo di desolazione e scaffali vuoti che si sente descrivere in giro, approfittando dell’assoluta mancanza di folla…dove con “folla” intendo quella pletora di pensionati e vecchiette  malvagie che ti seguono a ruota e ogni volta che ti fermi a prendere qualcosa da mettere nel carrello scalpitano e sbuffano come se anche loro guarda caso dovessero prendere esattamente quella cosa lì…quindi dicevamo “assoluta mancanza di folla” ho avuto il tempo di osservare alcune cose.

MA torniamo un po’ indietro nel tempo, quando eravamo ragazzi, e proprio come adesso c’erano delle mode da seguire. Ok, non c’era la Ferragni, non c’erano i rapper, i trapper e neanche gli smartphone più evoluti. Il telefono in casa era uno, il mio nella fattispecie era di bachelite nera appeso alla parete del corridoio così, dovendo stare in piedi e in mezzo al passaggio, uno ero spinto a fare telefonate brevi. Ma anche allora c’erano i miti dell’abbigliamento…no, non le Timberland, il Charro, la Best Company, Naj Oleari…sono più vecchio di chi è stato paninaro, quando sono uscite le sfitinzie io lavoravo già. I miti dei miei tempi erano il giubbotto Baracuta, il cappello di lana Stevenson, le scarpe a punta Peterflowers (che io non ho mai potuto mettere: avevo il 46 già allora, e se alla lunghezza del piede avessi assommato la punta strettissima dove le dita non entravano neanche con l’invito mi sarei trovato ad andare in giro con mezzo metro di babbucce da sultano), le College dove si infilava la moneta da 20 lire nella fibbia, a sinistra se eri single, a destra se eri “minato”. E per gli sportivi c’era la borsa dell’Adidas.

Ma anche allora, c’era chi semplicemente non se li poteva permettere, i miti, e anche se la Cina era lontana (“l’orgoglio di fantastiche operaie”, canterebbe Battiato), e quindi la qualità delle imitazioni era quantomai (Dio, come allittero!) scadente, esse esistevano e venivano commercializzate in appositi negozi (qui a Genova nel centro storico più bieco) dove, come molto spesso accade in Italia, tutti lo sapevano ma nessuno lo sapeva. Ma facevano SCHIFO, le imitazioni: la borsa dell’Adidas portava scritto “Addas”, il Baracuta aveva scritto “Barracuda” (e ci mancava solo puzzasse di pesce) e il cappello di lana Stevenson me l’ero fatto fare dalla mamma di un amico che lavorava a maglia ma non aveva troppo l’occhio per le misure, e quando lo indossavo sembravo un rapinatore idrocefalo.

Poi sono arrivati “i marocchini” con le “Luivitton” scaberce, le Nike che perdono la suola e i Levis che se ci sudi dentro ti tingono le palle di blu… e da quando la Cina ha deciso di scalare il mondo ci sono imitazioni di Rolex che per smascherarle ci vuole un orologiaio svizzero che ne apra la cassa, imitazioni di Louis Vuitton che ingannano anche gli artigiani francesi…ma per forza, se fai fare i tuoi prodotti di marca in Cina (o paesi confinanti) prima o poi uno si farà LA Domanda: ma perché produco (poniamo per puro caso) telefoni che mi vengono pagati 50 dollari e rivenduti a 1000, quando con il know how acquisito li posso costruire io pagandoli 30 dollari e vendendoli a 500? Un bel mattino, un certo signor Huawei deve essersi posto questa domanda…

Ormai si imitano anche le imitazioni, come guardarsi in uno specchio con un altro specchio alle spalle: l’immagine viene ripetuta all’infinito e non sai fin dove potresti arrivare, facendo come Alice. E non c’è limite a quello che viene imitato.

“Osservando alcune cose…”, dicevo, non ho potuto non accorgermi della manifesta disonestà delle aziende che commercializzano prodotti per lo più scadenti (o comunque non al top di gamma) confezionandoli in packaging (scusate l’inglese) molto, troppo simili a quelli dei prodotti più famosi per non far pensare a un atto doloso.

Vogliamo parlare della passata di pomodoro in alto? Osservando bene Il logo, il carattere, le 5 lettere del nome (di cui le ultime tre uguali alla concorrente) non vi sembrano un pochinino TROPPO simili al logo della più ben nota marca in basso?

E questa carta igienica? Non trovate che la scelta dei colori della confezione POTREBBE trarre in inganno un consumatore poco attento, magari anziano o semplicemente mezzo orbo? Attenzione però: se ti pulisci con l’imitazione devi fare MOLTA attenzione, perché la resistenza della carta – data l’indubbia qualità inferiore – potrebbe riservare sorprese poco piacevoli…nessuno vuole che una delle sue dita possa superare con violenza la barriera cartacea, per andare a visitare controvoglia paesaggi …che lasciano il segno.

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Ma sono i biscotti, probabilmente, i Re delle imitazioni nei supermercati. Qui però si tratta di vere e proprie repliche, dove oltre agli ingredienti viene imitata con esattezza anche la forma, il colore…persino le stelline!

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E di colpo mi viene voglia di infilarmi lo Stevenson malcagato che mi ha accompagnato per un lungo inverno alle medie, cercare le College nere che mi ero fatto comprare promettendo sfracelli a mia mamma, pensare alle Peterflowers che non ho mai potuto mettere, gettarmi sulle spalle con nonchalance il vecchio Barracuda con l’interno scozzese…e tornare indietro di 40 anni, raggiungendo i miei amici al campetto, tirando fuori dalla mia borsa Addas…il mio iPhone 11 da 1.200 euro, pagabili in comode rate a 30 mesi, che per potermele permettere mangio i Galletti della Coop e mi pulisco il sedere con la Vit Salvaspesa, e molto spesso anche con due dita.

Tre, a volte. C’est la vie.

 

Brugole e pellicce

Posted: 12/03/2020 in Uncategorized

È fatta. Dimostrando ancora una volta che gli Italiani non sono secondi a nessuno, tantomeno ai Cinesi, è stato emanato il Decreto dei Decreti, che sulla carta viene definito più o meno dappertutto come “La Chiusura Totale”, una definizione che non riesce a non farmi tintinnare nel cervello una “Endlösung/Soluzione Finale” di hitleriana memoria.

E definitivo e hitleriano, sulla carta, si prospettava il Decreto. Tutto chiuso, tranne farmacie e alimentari; poi basta. Tutto il resto barricato, sbarrato, chiuso, terminato fino a data da destinarsi. Poi OK, non abbiate paura che i viveri finiscano, perché i trasporti non si fermeranno.

Ah cazzo ma per trasportare la merce ci vogliono i camion, che vanno a gasolio…quindi almeno i distributori lasciamoli aperti; e i camionisti? Mangeranno qualcosa, anche se solo negli autogrill, quindi chiudiamo bar e ristoranti ma lasciamo aperti quelli negli autogrill. E negli aeroporti. E nelle stazioni, via.

Mettiamo però che, tornato a casa, il camionista puzzi di sudore come un cinghiale, e il deodorante sia finito. Vogliamo fargli compromettere il matrimonio? Non è meglio lasciare aperti i negozi di sapone, deodorante, shampoo, articoli di bellezza, scrub, maschere rilassanti ed elastici per capelli? E quella camicia stropicciata con cui avrà fatto almeno 4.000 chilometri, tutta macchiata? Va beh dai, lasciamo aperte le lavanderie.

Mettiamo che, da qualche parte in un’altra casa a vostra scelta, nella notte un rubinetto inizi a perdere, e la moglie svegli il marito prendendolo a piedate nella schiena. Lui si alza sbuffando, capisce cos’è successo e cerca nella dispensa una chiave a pappagallo, che appena afferrata si spacca in due: un pezzo rimbalza sul lavabo e rompe lo specchio, un altro cade a terra e fa un buco nel parquet. Come facciamo? Possiamo aspettare fino a fine marzo per rimediare, mettendo il marito di fronte all’ira funesta della moglie? Naaaaa…meglio lasciare aperte ferramenta, rivendite di vetri, pavimenti e sanitari, no?

Chiudono i bar e ristoranti e attività di ristorazione in genere, ma i panifici restano aperti. Se però hai una focacceria dove produci pizze, focacce e torte salate devi restare chiuso; e non vale che impasti tre panini, non c’è verso. Non sei censito come panificio, chiuso. Chiuso il discorso e chiuso tu. Ma le mense aziendali restano aperte. Ma la focacceria per cui paghi affitto bollette Tari Tasi Imu Irpef Iva licenza bolli deve chiudere.

Anche i negozi di abbigliamento restano chiusi, ma i fruttivendoli no; quindi se non trovi più mutande non puoi andarle a comprare, però ti puoi mettere davanti una foglia di fico, che quando è sporca puoi lavare perché le lavanderie sono aperte. Come le farmacie e le parafarmacie, e qui siamo a posto. Ah, e puoi comprare un frigo, un computer, un cellulare, una radio ricetrasmittente, lampade, pile, giornali e riviste, un criceto, del kerosene per riscaldamento, del mangime per tori, un maiale vivo, aprire un conto in banca, stipulare una polizza, investire denaro in fondi o titoli, farti rimettere a posto la pelliccia e perfino scegliere una bara in mogano per la nonna. E una brugola del 2. Ma la focaccia no, a meno che non la venda il panificio.

Tutto ciò è bellissimo, se solo si potesse uscire di casa. E il ragazzo delle pizze, quando gli chiedi se hanno brugole del 2, ti guarda come se fossi pazzo.

E non lo sa, che ti manca tanto così per diventarlo.

Genova Centro, ore 08.22.

Ho posteggiato la moto bella larga dove di solito dopo le 7.30 non si trova neppure un buco per una scarpa. La situazione è abbastanza surreale, con meno persone del solito in giro; tutti camminano al rallentatore (illusione ottica, però…) piuttosto distanti tra loro.

Arrivo in Banca, passo il badge nel lettore. 8.22, la Banca è aperta da 2 minuti e in coda alla reception ci sono due persone, a essere gentili sulla settantina abbondante, che attendono il loro turno per andare in cassetta di sicurezza.

La collega alla reception, gentilissima, chiede “Ma non avete sentito le notizie? È PERICOLOSO, ‘sto virus, specie per chi non è più giovanissimo. Dovete proprio andarci in cassetta?”. La vecchietta risponde con la voce dell’Esorcista: “Se ci voglio andare tre volte in cassetta, non sono affari suoi, che siamo noi che le paghiamo lo stipendio, e non vogliamo sentirci dire cosa fare.” E seguita dal marito si dirige verso l’ascensore che porta al caveau.

Nel frattempo, davanti agli occhi della collega ancora basita, passano uno, due, tre, sei anziani che si posizionano davanti al bancone, ognuno ignorando bellamente il metro di distanza; al loro turno, chiedono un estratto conto, lo consultano attentamente scrollando la testa e se ne vanno. Rischiando la vita, con le loro teste da pulcini (come cantava Baglioni) e un po’ di cazzo, anche, per vedere se il saldo di oggi è come quello di ieri hai visto mai che qualche gnomo della Gringott Bank avesse deciso di spostare il denaro da un conto all’altro, oppure che il virus come effetto collaterale potesse sciogliere i soldi in via telematica.

Alla pausa caffè mi infilo guardingo nel solito bar, dove la libera iniziativa che rende così famosa l’Italia nel mondo mi fa trovare una specie di labirinto del Fauno tracciato a terra con dell’American Tape rosso, rispettando il quale ogni avventore si trova magicamente a non meno di un metro dal suo vicino; finiti i posti, gli altri aspettano fuori.

Al mio fianco (si fa per dire) una ragazza (in realtà una quarantenne abbastanza sfasciata, ma “ragazza” mi sembra più carino, specie di questi tempi) ordina un caffè. Caffè che le viene servito, come ci si auspica dentro una tazzina da caffè che si appoggia su un piattino, in compagnia di un cucchiaino (che per le sue dimensioni viene definito “da caffè”…pazzesco come tutto combaci). Lei lo guarda, alza gli occhi al cielo e dice alla ragazza (questa volta davvero ragazza) dietro al bancone “Macchiato, per favore…” con l’aria di chi ha già specificato sette volte questa richiesta e ancora non la vede esaudita, e giuro sulla mia inguaribile curiosità verso il prossimo che ha chiesto solo un caffè.

La ragazza prende il bricco di acciaio, scalda il latte con il vapore e si avvicina alla tazzina della quarantenne sfasciata (giusto per non confonderla con la barista) che la blocca con un gesto perentorio della mano e le dice “Di soia!”. La ragazza (quella del bar), educatissimamente, le dice “Eh, signora, mi spiace ma stamattina il latte di soia non ce l’hanno consegnato, sa, con questa storia del virus…” “Eh ma le dovete dire prima, le cose!” risponde la Sfasciata, che gira i tacchi ed esce dal bar, lasciando il caffè nella tazzina, guardandosi bene dal pagarlo e trotterellando petulante sul marciapiede…proprio mentre a velocità sostenuta sta transitando il 36 barrato.

Che, purtroppo, la sfiora soltanto.


Cronache del dopovirus

Posted: 10/03/2020 in Uncategorized

Si risvegliò di colpo, e di colpo realizzò che si era addormentato di nuovo senza accorgersene.

Stanco. Sono stanco. Ormai mi si spegne il cervello prima che si chiudano gli occhi. Non sono affidabile, non più.

Raccolse lo zaino, controllò di aver chiuso bene i lacci.

L’ultima volta ho perso due barattoli di cibo per cani, accidenti a me.

Con un ultimo sforzo si mise in piedi, usci da quello che restava del supermercato e si ritrovò nel posteggio.

Mi gira la testa. Devo mangiare qualcosa ma non adesso, non prima di essere arrivato a casa.

Solo, nell’enorme posteggio dove ormai l’erba aveva avuto la meglio sull’asfalto, dove poche auto con gli pneumatici sgonfi e i vetri rotti attendevano pazienti un guidatore che non sarebbe più arrivato. Solo.

Mi ricordo che posteggiavo sempre qui, in questo punto più stretto degli altri dove nessuno si metteva per paura di rigare la macchina; io ci entravo di muso, di misura, e li fregavo tutti, a un passo dall’ingresso a un passo dalle casse. Le casse ahahahah, quando per uscire con la spesa dovevi pagare. Adesso non paga più nessuno. Beh, non c’è neanche più la spesa.

Strascicando i piedi nelle scarpe rotte, attraversò tutto il posteggio e si infilò nel boschetto, seguendo un sentiero che solo lui vedeva.

Sono davvero stanco, meno male che tra un po’ sono a casa perché non ce la faccio più.

Il sentiero serpeggiava fino a una piccola radura, dov’era montata una tenda, tutta di sghimbescio, piena di toppe, bisunta e con la cerniera rotta. “Sono a casa! Bambini! Anna!” gridò. Nessuno rispose. “Anna!! Bambini! Ho portato da mangiare!! Un barattolo di minestra tutto intero e delle crocchette!”

Ma dove sono finiti, io sono stanco e sto morendo di fame. Ah, eccovi qui, vi eravate nascosti di nuovo…e io che ci casco sempre! Venite a mangiare, dai, avrete fame. Ah, non ne volete? Va beh io mangio un boccone e poi andiamo a dormire.

Sgranocchiò qualche crocchetta, conservando il barattolo di minestra per l’indomani. Mentre masticava, gli si chiudevano gli occhi, e se chiudeva gli occhi pensava al passato, alla spiaggia, al mare, ai viaggi, a quel messaggio alla televisione che aveva fatto ridere tutti, alla gente che usciva di casa lo stesso, alle feste, ai ristoranti pieni. E poi agli ospedali, pieni. E poi agli ospedali, vuoti.

Basta brutti pensieri, poi non riesco a dormire. Venite qui, bambini, che vi racconto una favola. Ecco, tu mettiti qui…così, e tu qui vicino, così ti posso abbracciare. Anna!! Io faccio dormire i bambini, poi vengo a letto. Allora, questa è la storia….

Si addormentò molto prima di finire la frase, e mentre si rigirava nel sonno, il piccolo cranio ormai senza capelli rotolò giù per il sentiero, e si fermò contro un ramo, proprio vicino all’altro scheletro. Anna, che era andata a letto molto tempo prima, ormai.

Italia, primavera 2021.


Homo Homini Virus

Posted: 09/03/2020 in Uncategorized

Il weekend della disfatta del genere umano inizia sabato, di prima mattina, quando ricevo un messaggio da un amico (che vive a poche centinaia di metri da me) con poche, laconiche parole: “Hai mica sentito se sono arrivati i Brambilla?”.

Per la cronaca, i “Brambilla” (che ovviamente non si chiamano così) sono una famiglia di Monza che abita sul mio pianerottolo e che – in ossequio alle abitudini della “loro stirpe” – viene sistematicamente al mare ogni weekend.

“Non lo so, perché?” rispondo io candidamente. “Ma come, perché? – è la risposta scandalizzata – Se sono venuti giù bisogna denunciarli! Vai a vedere!”. L’unica cosa che ho visto è stato il mio pollice che chiudeva la conversazione.

E mi sono chiesto a chi, CHI avrei nel caso dovuto “denunciare” i Brambilla? All’ASL? Alla Polizia? Al 112? Alla Gestapo? Ai GAP? Alla polizia argentina?

In questa mediocre interpretazione del capitolo sugli untori de I Promessi Sposi, mi immaginavo il mio amico terrorizzato, chiuso in casa con mascherina, guanti e un termometro nel culo.

Il tutto mentre probabilmente i Brambilla – nel buio della loro casa con le tende tirate – facevano sobbollire mutande sporche, capelli, unghie e sputi in un enorme pentolone degno di un sabba infernale, senza lavarsi le mani e ignorando la distanza di sicurezza, preparando malefiche pozioni da spennellare sulle porte dei vicini.

Più tardi, uscendo col cane e parlando (a distanza) con altri sfigati cinofili, scoprivo che “Ma lo sapevi che il parrucchiere è di Lodi? Che la padrona di Charlie (l’orrendo cocker che abbaia sempre) ha un figlio che lavora in Brianza?”

E così via, tra panettieri alessandrini, ciclisti vercellesi, pensionati della Bassa Padana e simpatizzanti del Milan.

Homo Homini Virus, ed è solo l’inizio.

Gironzolando per i labirinti di un supermercato, dove notoriamente i prodotti sono esposti con strategie psicosociali che farebbero impallidire le ricerche della NASA (niente è disposto a caso: colori, forme, altezza sui ripiani…tutto studiato per farti comprare prima quello che non ti serve e solo alla fine quello di cui non puoi fare a meno…e che probabilmente erano le uniche cose che volevi comprare quando sei entrato), non si può non notare (un’altra allitterazione del mattino) come buona parte delle confezioni evidenzi l’espressione “Non contiene…”

Come se non ci dovesse interessare quello che stiamo comprando, ma quello che NON stiamo comprando. Come andare da un concessionario di auto e sentirsi dire, magari con fare ammiccante “E poi, tenga presente che quest’auto non contiene una bicicletta!”. Ecchissenestrafotte, verrebbe quasi da dire, ma nel supermercato tutto è concesso.

Ultimamente, su shampoo balsami saponi liquidi trucchi e parrucchi compare la scritta “Non contiene parabeni”; l’ho notato per la prima volta osservando, mentre facevo la doccia e cercavo qualcosa da leggere (viziaccio), le scritte in piccolo sul flacone dello shampoo per cani (si, ho un cane e no, non mi lavo con lo shampoo per cani). “Non contiene parabeni”. E ho deciso di approfondire.

I parabeni sono composti chimici molto usati nei cosmetici e nei prodotti per l’igiene personale, ma non solo. Sono utilizzati, infatti, anche in alcuni prodotti alimentari, oltre che in creme e tinture. La loro caratteristica principale è quella di essere potenti battericidi e fungicidi e di consentire, dunque, un’eccezionale capacità di conservazione dei prodotti. Studi recenti hanno evidenziato come queste sostanze non vengano smaltite dall’organismo, ma si accumulino nel corpo. Ci sarebbe inoltre una relazione allarmante tra parabeni e sistema endocrino e tra parabeni e tumore al seno: questi additivi chimici, in parole povere, sarebbero cancerogeni, in grado cioè di favorire l’insorgenza di tumori in varie parti del corpo, soprattutto al seno e alla pelle.

Bene.

Da qui la decisione delle aziende, in primis, di scrivere “Non contiene parabeni” su qualsiasi prodotto, e come conseguenza tangibile quella di – udite udite – LIMITARE LA QUANTITÀ di parabeni a una soglia definita “accettabile”. Chiedo scusa, per vedere se ho capito bene: è stato stabilito che un prodotto (che peraltro mi rifili da decine di anni in cose che utilizzo tutti i giorni…io, almeno, poiché salendo su un treno incontro persone che non sembrano intaccate da parabeni né da saponi vari…ma questa è un’altra storia) è conclamatamente cancerogeno, e invece di bandirlo come Dante da Firenze ME NE METTI UN PO’ MENO?

Un po’ come se, durante uno stupro, il maniaco dicesse alla vittima: “Tranquilla, entro solo un pochino”. Come se il datore di lavoro dicesse al dipendente “Sei licenziato, ma solo un’ora al giorno”. Come se sulle confezioni dei biscotti scrivessero “Contiene merda, ma poca: non te ne accorgi neanche.”

Per dire, negli Stati Uniti i parabeni sono permessi perché secondo i loro test non sono risultati cancerogeni. Non sui topi, almeno. Anzi, hanno tutti un pelo morbidissimo, adesso. Hai visto mai?

Quindi, recapitolando, ogni giorno assumiamo poco olio di palma, pochi parabeni, poco stupro, poco licenziamento, e soprattutto poca merda.

Rispetto a quella che ci meriteremmo come Genere Umano, intendo.

…Gradisce una brioche?

Posted: 05/03/2020 in Uncategorized

Tornando al discorso “bar”, un bar non può chiamarsi bar se al mattino non offre in bella vista una selezione sibaritica di brioche, cornetti, pain au chocolat, sfogliatine, strudelini e altre leccornie concepite da menti malate e sicuramente non diabetiche.

Meglio poi se tali tentazioni lipidiche sono esposte con cura in vetrinette riscaldate che, sulla carta, dovrebbero mantenere la fragranza del prodotto più a lungo, consentendo nel contempo (deliziosa allitterazione, non trovate?) di consumarlo tiepido.

Ma, perché almeno un “Ma” c’è sempre, esistono moltissime categorie di brioche, e non tutte goduriose. Per esempio, tutta la famiglia delle “congelate” presenta un sacco di problemi: il barista le tira fuori dal congelatore, le infila in un fornetto ventilato (di norma offerto gratuitamente dall’azienda delle brioche) e dopo pochi minuti le espone, calde e fragranti, nella vetrinetta. Fragranti, ma TROPPO calde: se le consumi subito, l’eventuale ripieno (marmellata di frutti alieni, finto miele senza miele, cioccolato dalla provenienza irrintracciabile) a temperatura da fonderia ti invade la bocca e continua a torturarti finché non ti ha causato il distacco delle mucose. Sul pavimento dei bar che offrono brioche congelate non è raro trovare avventori morti di dolore, o che ancora si contorcono mentre le loro papille vengono carbonizzate con metodo.

Se sei fortunato, hai un lasso di tempo di dieci minuti in cui la brioche è calda, friabile ed edibile senza conseguenze (a parte l’apporto calorico indegno). Trascorsi questi minuti, il prodotto si accascia lentamente sul pavimento della vetrinetta, diventa molle e il gusto assume quella nota di burro scadente rancido che ti si ripresenterà per tutto il giorno sotto forma di bruciori di stomaco e bocca grassa e bisunta. La marmellata, il finto miele e la cioccolata si induriscono, e alla fine l’esperienza organolettica, è il caso di dirlo, ti lascia l’amaro in bocca.

Altri bar comprano le brioche da pasticcerie logisticamente comode, e non ne fanno mistero, annunciando questa prerogativa con fior di cartelli “Qui brioche di pasticceria” come a far presagire al cliente che per questi dolci pagherà un prezzo salato, o comunque più salato del normale. E siccome queste leccornie costano al barista sicuramente più di quelle congelate, se al termine della giornata ci fosse qualche prodotto invenduto, COL CAZZO che il barista getterà via tutto nell’umido: lascerà il prodotto nella vetrinetta, certe volte anche per giorni, a mo’ di Luisona del Bar Sport, finché un cliente ignaro e occasionale non si lascerà tentare da “Qui brioche di pasticceria” e consumerà la salma lievitata assicurandosi come minimo un attacco di colite.

Il terzo caso è quello dai locali che producono in proprio le brioche, che di norma sono ottime, fragranti, di bella presenza, con ripieni di qualità e, purtroppo, con una scelta adatta a tutte le esigenze, anche quelle più in voga, anche quelle più improbabili. In un bar “del terzo tipo” vicino al mio ufficio al mattino fanno bella mostra di sé decine di tipi di brioche, tra cui un paio per celiaci, due modelli per vegani senza grassi animali, uno per vegani celiaci (probabilmente a base di cartone) e uno – ORRIBILE – per vegani celiaci rompicoglioni con problemi di aerofagia: un cornetto NERO come il carbone che contiene, triste, raggrinzito…a voler essere onesti (e volgari) sembra già uno stronzo, una brioche che – seppur ancora esposta – pare aver attraversato lo Stige intestinale un paio di volte, venendo digerita metabolizzata cagata e rimessa a posto.

Ed entro le 9, tutte le brioche “anomale” (la cui “morte loro” è venire consumate sorseggiando un buon cappuccino d’orzo con latte di soia) sono già sparite dalle vetrinette, dove ancora occhieggiano insani ma buonissimi cornetti con crema di pistacchio, crema di mandorle, Nutella, miele vero e ripieno a scelta. Il che fa riflettere sull’identikit del consumatore medio.

Ma non è questo il momento per riflettere; il treno sta per arrivare a destinazione, e devo correre al bar prima che qualche imbecille mi porti via l’ultima brioche ai germi di grano con semi di papavero e miele vergine della Cambogia…che pucciata nel latte di capra tiepido macchiato ginseng voi non sapete che cosa vi perdete.

Ah, e non contiene olio di palma.

Il solito, signore?

Posted: 04/03/2020 in Uncategorized

Il rito del caffè mattutino, e non solo mattutino, è forse la più tipica espressione dell’Italianità quella sana, ancor più della pasta e della pizza, per tacer del mandolino. Infatti, mentre ormai una buona pizza la si può trovare praticamente ovunque, basta varcare la frontiera verso una qualsiasi direzione, basta percorrere pochi chilometri in terra straniera e chiedere un caffè diventa una specie di autoflagellazione, un cilicio autoimposto e non più un piacere.

Abbandoni l’Italia lato Ventimiglia, e al primo autogrill francese (che trovi quasi subito) già il caffè ti sembra il liquido che potresti trovare nel tuo lavello, nella tazzina appena messa a sciacquare. E in Germania non è meglio…certo, in giro per il mondo ci sono le mega catene da Starbucks a Nero che per cifre degne di una gioielleria ti servono un “isprezolatti” che non è cattivo ma non ti regala la gioia intrinseca di deglutire un piccolo sorso di Inferno peccaminoso come quando prendi il caffè “qui da noi”.

Però. Però anche qui qualcuno si impegna strenuamente per rovinarti questo piccolo grande piacere. Nulla da eccepire, salvo eccezioni davvero rare, sulla qualità, piuttosto sul prezzo del piccolo Inferno.

L’altra mattina entro in un locale relativamente nuovo, in pieno centro, sotto i portici di un teatro giustamente famoso, e ordino un caffè. Mugugnando (lecito per i Genovesi a ogni ora del giorno) tra me e me cerco nelle tasche la monetine da 10 cent diventata necessaria da quando il prezzo del caffè è salito – ingiustificatamente mi permetto di dire – a un euro e dieci. Metto sul banco l’equivalente dei 30 denari, bevo il mio caffè e saluto; la barista mi sorride, e mi dice “Un euro e venti, signore, grazie”. Il mio cervello rettilineo mi suggerisce istintivamente una risposta tranchante del tipo “E grazie al cazzo”, ma mi limito a mettere sul banco un’altra monetinina e uscire borbottando.

La mattina dopo incontro un amico, che vuole offrirmi un caffè, e mi porta in un locale relativamente nuovo, in pieno centro, a (controllato) 180 metri dai portici di un teatro giustamente famoso. Prendiamo due caffè e al momento di pagare il mio amico mette sul banco un euro e sessanta. Quando si accorge che lo sto guardando come se avesse un pitone reale che gli sta uscendo da una narice, sorride e mi dice “Già, qui il caffè costa ottanta centesimi!”.

E allora, dove sto sbagliando? 180 metri di distanza, locali nuovi entrambi, puliti entrambi, con musichette piacevoli di sottofondo entrambi, baristi gentili entrambi e caffè buono entrambi. Non uno in Park Avenue e uno nel Bronx: centottanta metri, possibile che in questo tragitto il caffè aumenti del 50%? Possibile che nel primo bar anche il garzone giri in Aston Martin mentre nel secondo la moglie del barista per sopravvivere venda il suo corpo nei viali di periferia? Non credo.

Un caffè (da ottanta centesimi) a chi mi spiega l’arcano. E domani parliamo di brioche, cornetti e tanta follia.

Follia che vi auguro anche per oggi.

Inizia una scommessa

Posted: 03/03/2020 in Uncategorized

Caro Lettore (che probabilmente non esisti, o esisti in numero così ristretto da non farti virtualmente avere alcun peso specifico nella Grande Bilancia Del Mondo), a partire da oggi provo a fare con Te una scommessa: nella mia vita secondaria,quella dei giorni feriali in orario di ufficio, incluso un breve tratto da pendolare ferroviario…ebbene, proprio a bordo delle mai abbastanza bistrattate carrozze di Trenitalia proverò tutte le mattine ad aggiungere qualcosa a questo blog, pubblicandolo prima di scendere dal treno. Ah, e naturalmente cercando di scrivere qualcosa che abbia un senso.

E il senso di questi giorni non può che essere l’inutile Coronavirus. Sarebbe splendido se realmente questo fosse un Castigo Biologico degno de L’Ombra Dello Scorpione, se il suo senso fosse quello di decimare un po’ questa umanità con la U minuscola, composta da qualche Greta, tanti Don Abbondio e numerosi Salvini, tutti comunque detestabili, per ragioni diverse ma detestabili.

Niente, anche il Coronavirus – al pari dei suoi amici predecessori che spaziano dalla Mucca Pazza all’Aviaria alla Sars con una puntatina su Chernobyl e Fukushima e un passaggio a bassa quota sulla Suina – sembra essere niente più che un’influenza fastidiosa, e neanche troppo violenta. Oh, magari in questo momento mi sto ammalando e questo articolo si sta lentamente trasformando nel mio epitaffio, però i dati sembrano questi.

Meno male che sessanta milioni circa di esperti immunologi sono alacremente al lavoro 24/7 sulle pagine di Facebook e nelle rubriche La Parola al Lettore di buona parte dei quotidiani, digitali e non. Meno male che i loro post ci aggiornano costantemente su sviluppi, virulenza, ricerca dei vaccini e ovviamente Scopo Divino del Coronavirus, da Nostradamus alla Santa Inquisizione ai penitenziagite di varia matrice.

Così, tra un cagnolino che ride, un gattino allattato da un orango con la sindrome di Down, la ricetta della torta senza uova e senza grassi che viene così bene a tutti tranne che a te, l’offerta di centuplicare i tuoi risparmi con i Bitcoin (l’ha detto anche Briatore) e la foto con le tette mezze di fuori di quella che ti ha chiesto l’amicizia spuntando dalle brughiere della Bielorussia, puoi tenerti informato sul decorso di questo Flagello.

Ah, e non dimenticarti di mettere “mi piace” a tutti quanti, altrimenti il loro anatema si scatenerà implacabile, e verrai bannato dai loro profili come “persona non grata”. Nel frattempo, a scuole chiuse, palestre razionate, agenzie viaggi in fallimento, penne lisce che iniziano ad avere un loro perché, la Vita scorre tranquilla, i treni mezzi vuoti, basta ricordarsi di lavarsi bene le mani come insegna Barbara D’Urso e insieme supereremo anche questa.

Grazie per l’attenzione, caro Lettore Inesistente. Domani cercherò di cambiare argomento.

Se sopravvivo. Take care.

Grazie dei fiori

Posted: 25/04/2018 in Uncategorized

Dopo anni, tanti anni, Genova ha di nuovo l’Euroflora.

Anni, tanti anni fa, l’Euroflora si teneva alla Fiera di Genova. Il Palasport era il punto focale: triste, lugubre, con tutto quel cemento armato a vista, la pessima acustica, i due giri di gallerie con i loro labirinti di scale, dispersivi, BRUTTI. Appena varcavi l’ingresso del Palasport durante l’Euroflora, però, venivi trasportato in un altro mondo, come i ragazzini che giocano a Jumanji: una giungla in piena regola ti attendeva all’interno dell’ecomostro, una giungla che copriva per magia il cemento armato.

Rampicanti colorati scendevano dalle gallerie, i colori erano quasi ipnotizzanti, il profumo delle piante e la loro umidità, le cascatelle artificiali, i diorami floreali, le composizioni incredibili, gli immensi giardini fioriti apparentemente a perdita d’occhio; spariva il Palasport, spariva la Fiera, spariva Genova. Erano solo fiori e piante, ovunque. E il biglietto era già caro allora, comunque, ma l’Euroflora arrivava solo ogni cinque anni e allora che diamine, si vive una volta sola. Tutti i viali del centro, con le aiuole a dividere le carreggiate, erano ricoperti di fiori; quelli che malauguratamente appassivano venivano cambiati nella notte, peggio che alla Reggia di Versailles, in maniera che il mattino dopo tutto fosse pronto ad accogliere i visitatori entusiasti.

La Fiera di Genova quest’anno non sembrava il luogo adatto per il ritorno dell’Araba Fenice floreale: meglio i Parchi di Nervi, vuoi per la location, vuoi per la location e senz’altro anche per la location. Altri vantaggi non si palesano, in questo momento. I Parchi di Nervi sono, per l’appunto, a Nervi. In fondo a una strada che a ogni metro si restringe sempre più: dalle tre corsie di Corso Europa alla corsia singola di Via Oberdan fino alla corsia singola a scartamento ridotto di Viale delle Palme. Posteggi, pochi. Difficoltà di manovra, tanta. Vigili, numerosi. Casino, inenarrabile.

Come ingresso principale della manifestazione è stato scelto quello a fianco della Stazione ferroviaria di Nervi, in fondo a Viale delle Palme e poi subito a sinistra in una straducola stretta stretta dove è stato vietato il transito anche ai gatti del Porticciolo. Immaginati ventimila persone al giorno che si ammassano di fronte alla stazione, stipano la straducola e aspettano di entrare con il loro bel biglietto.

Biglietto acquistato on-line, del quale è però NECESSARIA la stampa, e mica una stampa di scarsa qualità, mica: se per caso il codice a barre non è perfettamente leggibile dagli scanner, gli inflessibili steward ti rimandano al punto assistenza dove, previa coda epocale, ti verrà stampato un altro biglietto. Se per caso non hai acquistato il biglietto on-line, nessun problema: in fondo a Viale delle Palme, sperduta in mezzo alla folla che gremisce anche gli interstizi dei muretti a secco, c’è una biglietteria.

UNA, biglietteria. Un singolo sportello. Con un cartello in bella mostra: “CASH ONLY – SOLO CONTANTI”, capirai, nel 2018 in un Paese del G7 non vorrai mica che si possano accettare, puta caso, Bancomat o addirittura carte di credito. Il biglietto costa 23 euro, e la cassiera ripete costantemente il suo mantra: “Ha mica 3 euro?”. Scegli un prezzo tondo, no? Anche 25 euro (tanto se uno è disposto a pagarne 23, che problema può avere a pagarne 25?); se non vuoi creare traumi mettilo 24,99 e riempi i cassetti della cassiera di monetine da 1 centesimo.

Finalmente, più leggero di 23 euro, di un litro di sudore perso in coda e se ti va di sfiga anche del portafoglio che con la ressa qualcuno ti ha sfilato, entri nel Magico Mondo dell’Euroflora. Per capire che qualcosa non sta funzionando a dovere, e non sei tu.

Innanzitutto, la location. Sono TROPPO belli, già per conto loro, i Parchi di Nervi: grandi, verdi, pieni di alberi, hanno anche il loro celebratissimo roseto, sono direttamente affacciati sul mare, se guardi verso est vedi Recco, Camogli, Punta Chiappa e puoi immaginare il Monte di Portofino; se guardi a Ovest vedi tutta Genova e se il tempo è bello lo sguardo arriva sino a Capo Noli. Non sono tristi e cementificati come il Palasport, quindi per stupire non bastano dei fiori colorati, due cascatelle (che non ci sono, peraltro) o dei rampicanti messi qui e là: per surclassare i Parchi di Nervi devi superarti, e farlo alla grande. Alla grandissima, anche.

La scelta temporale non può mancare di suscitare qualche perplessità. Le rose fioriscono a Maggio, lo sanno tutti, e qualcuno ci ha anche scritto delle belle canzoni. E’ abbastanza facile intuire che se inauguri una mostra di fiori prima di Maggio esiste il forte rischio che le rose non siano ancora fiorite. QED.

D’accordo, non si poteva prevedere che l’inverno potesse durare fino ai primi di Aprile, ma quando organizzi un’esposizione di questo tipo, di questa portata (e di questo costo) certe variabili devi tenerle in considerazione; triste, brutto, cementoso…ma il Palasport era al coperto, ed erano le piante stesse a creare il calore e l’umidità necessari per il loro essere rigogliose.

Quindi, i visitatori che – è bene ricordarlo – hanno pagato l’importo non trascurabile di 23 euro, hanno fatto almeno un’ora di coda nel caos più totale per entrare e hanno iniziato a vedere qualche aiuola dopo aver percorso i primi viali dei Parchi a passo d’uomo nella ressa che neanche ai funerali di Elvis Presley, rimangono lievemente contrariati dal fatto che un buon 75% dell’esposizione sia rappresentata da fiori non ancora sbocciati, e che buona parte di quelli più o meno fioriti sia evidentissimamente invasata (non nel senso di “indemoniata”, ma proprio di “contenuta in vasi”); gli agronomi e i garden designer (si chiamavano fioristi, credo, in allora) delle vecchie Euroflora si staranno rivoltando nella tomba. Capaci tutti, tsé, a scrivere (male) “Euroflora” allineando dei vasetti; più difficile se le piante vengono disposte nella terra, curate, concimate, raddrizzate, sostituite, amate…

Nel film “Jurassic Park” c’è un personaggio, un matematico appassionato della Teoria del Caos, che a un certo punto – dopo aver girato per un bel po’ senza vedere alcunché – chiede al miliardario che ha creato tutto il parco: “Senta, è previsto che si vedano dei dinosauri, nel suo parco dei dinosauri?”; lungo i viali dei Parchi di Nervi, le battute di questo tipo si consumavano: “Senta, da dove viene lei? Ah, dal roseto? E ci sono fiori, là? Perché qui, non se ne sono ancora visti!”

Poi, incuriosito dalla location nella location, ti avvicini allo “Stagno delle Ninfee”, nel quale non si vede una ninfea neanche a morire, ma in compenso fanno bella mostra di sé alcune calle, posizionate nell’acqua naturalmente all’interno dei loro bei vasi. Forse in questo caso sarebbe stato utile un cartello. No, non quello “CASH ONLY – SOLO CONTANTI”…forse un cartello, scritto con gentilezza, che umilmente spiegasse con parole facilmente comprensibili il fatto che ancora l’Uomo non è in grado di comandare le Leggi della Natura. Qualcosa tipo “Cari Visitatori, questo è lo Stagno delle Ninfee perché in origine il nostro progetto prevedeva che un mare di bellissime ninfee coprisse tutto lo specchio acqueo; purtroppo, però, il tempo inclemente e il freddo non ci hanno aiutato, e le ninfee non sono riuscite a crescere. Abbiamo quindi posizionato nello Stagno qualche calla, perché niente è più triste di un posto, destinato a ospitare fiori, che rimane vuoto. Grazie per la vostra comprensione.”

Gli Inglesi dicono “You can lead the horse to water, you can’t make him drink”. Puoi sistemare i fiori, i vasi, la terra, le armature di fil di ferro, lo stagno; puoi innaffiare e concimare il tutto; non puoi ordinare ai fiori di sbocciare. Questo può sembrare un fallimento, ma probabilmente è la cosa più meravigliosa che possa succedere in Natura.

Un po’ più difficile, e meno meraviglioso, sarà spiegare tutto questo a chi ha pagato 23 euro per vedere i Parchi di Nervi, che per il resto dell’anno sono gratuiti, bellissimi e soprattutto semideserti.

Se son rose, fioriranno. A Maggio. Speriamo.