Domenico, che gli amici chiamano Nico, è un omone alto 1 metro e novanta che pesa più di 110 chili perché da quando è nato adora mangiare, e mangiare tanto.

Nico – ormai siamo amici – convive con Carla da tanto, tanto, tanto tempo. Carla è un donnone alto 1 metro e settantacinque che pesa più di 80 chili, perché ha sempre adorato mangiare, e da quando sta con Nico adora anche mangiare tanto.

Nico ha al suo attivo tre interventi di ernia del disco, una protesi al ginocchio e una protesi all’anca; dopo il decorso post-operatorio è perfettamente in grado di guidare l’auto, salire le scale, arrivare nella sua casetta in Piemonte, entrare in cantina e seguire la sua grande passione: fare il vino come una volta, con l’uva prodotta dalla vigna di famiglia, piccola ma sincera, pochi filari di Dolcetto d’Acqui DOC.

Carla ha sei ernie del disco, ma ha un terrore folle di medici, analisi, ospedali e interventi chirurgici, quindi non si è mai fatta operare, e adesso non riesce quasi più a camminare; e quando lo fa, è storta come un punto interrogativo. Usa il bastone, non riesce a fare le scale e neppure a seguire la sua grande passione: Nico.

Ah, quasi dimenticavo: Nico ha 85 anni, Carla 80.

Dopo le insistenze di figli, nipoti e cugini, superando quella inspiegabile vergogna che le persone anziane hanno nel palesare le loro magagne, Carla ha deciso di farsi visitare per chiedere non un miracolo che le faccia vincere i 100 metri piani alle Olimpiadi, ma almeno la pensione di invalidità…quella che con un’inspiegabile delicatezza viene chiamata “accompagnamento”.

Dopo un numero apparentemente infinito di visite, esami, colloqui, analisi, raggi, risonanze, altre visitecolloquiesamianalisi… Carla ha ottenuto la conferma: l’INPS le riconoscerà una pensione di…ops, un accompagnamento.

Dopo un paio di mesi, Carla riceve una lettera dall’INPS; la apre febbrilmente e insieme al suo Nico iniziano a leggerla.

“Gentile CARLA…

Per usufruire delle prestazioni economiche conseguenti all’esito del verbale, la invito ad inserire on-line i dati necessari all’accertamento dei requisiti socio-economici, seguendo le indicazioni nello schema allegato. Per l’accesso al sistema potrà utilizzare il PIN in suo possesso.

Se preferisce, può rivolgersi ad uno degli Enti di patronato riconosciuti dalla legge, che le fornirà assistenza gratuita. Le informazioni dovranno essere trasmesse entro 30 giorni dalla data di ricevimento di questa comunicazione, in caso contrario la domanda si intenderà respinta.”

Figurati Carla come si è sentita, a leggere “inserire on-line”, “lo schema allegato”, “il PIN in suo possesso” ma soprattutto “in caso contrario la domanda si intenderà RESPINTA”; ha 80 anni, Carla, è in pensione da 25, la cosa più moderna che aveva in ufficio prima di andare in pensione era la macchina da scrivere elettrica…sa assai, Carla, di che cos’è un PIN…l’unica cosa che la preoccupa, però, è quel “la domanda si intenderà RESPINTA”.

Allora chiamano il figlio di Nico, che per fortuna un po’ in queste cose ci si sa muovere.

Prima di tutto il sito INPS, poi “Entra in MyINPS”, poi “Richiedi il PIN”: inserisci il codice fiscale di Carla, inserisci un recapito telefonico…il figlio di Nico metterebbe il suo, ma Nico non vuole essere escluso, quindi vai con l’inserire il numero di Nico, inserisci un indirizzo mail…e qui Nico non ha voce in capitolo.

Il figlio di Nico se ne torna a casa, ma Nico lo chiama dopo un paio d’ore “Mi è arrivato un messaggio con delle lettere e dei numeri…” “Tienilo lì!!!” “Ma cosa me ne faccio? Lo cancello? Non è una truffa?” “TIENILO LÌ CAZZO!”

Dopo dieci giorni, a casa di Carla e Nico arriva una lettera dall’INPS. Contiene la seconda parte del PIN, altre 8 lettere. Il figlio di Nico torna a casa dei due, recupera dal telefono di Nico le prime 8 cifre, le aggiunge alle altre 8 arrivate per lettera, rientra nel sito INPS, poi “Entra in MyINPS”, poi digita il codice fiscale di Carla, il PIN intero di 16 cifre. Il sistema a questo punto genera un secondo PIN di 8 cifre “che cambierà ogni 6 mesi” e che “si deve annotare e tenere in un posto sicuro”; ora bisogna uscire, rientrare in “MyINPS” digitare il codice fiscale di Carla, il nuovo PIN…e finalmente si entra nel dossier INPS di Carla.

Il figlio di Nico è uno smanettone, ma dopo mezz’ora di clic e riclic su vari link si sta quasi dando per vinto: da nessuna parte riesce a capire se “i dati necessari all’accertamento dei requisiti socio-economici, (da inserire on line) seguendo le indicazioni nello schema allegato” alla fine sono già stati inseriti o no.

Carla nel frattempo continua a ripetere “…e se me la respingono?”.

Il figlio di Nico, nei giorni successivi, cerca di contattare l’INPS al numero verde, ma nessuno gli può fornire informazioni perché lui non è Carla. Lui è disposto a fornire tutti i dati di Carla, anche i più segreti, ma niente. Un ultimo tentativo, così per gioco, e finalmente dall’altra parte un impiegato che ha deciso che le istituzioni, anche le più kafkiane, sono in fondo composte da uomini, esseri viventi dotati di un cervello e di un sistema nervoso centrale che non è in grado di bloccare un impulso rettiliano chiamato Libero Arbitrio.

Quindi chiede al figlio di Nico prima i suoi dati personali per identificarlo (per fortuna che anche il figlio di Nico possiede un codice fiscale e un PIN INPS funzionante), poi tutti i dati di Carla…e infine pronuncia una semplice frase “Non le posso dire altro, ma la pratica è approvata, la documentazione è completa e al massimo entro un mese riceverà il primo bonifico”.

Facciamo un gioco.

E se Nico e Carla non avessero avuto figli? Neanche un cugino alla lontana con un iPhone?

Come avrebbero potuto farcela, poveri incolpevoli ultraottantenni che non hanno neppure Netflix e che ancora credono che Fifa18 sia la versione giovanile di  “La paura fa 90”? Cosa ne sanno, loro, che se ne stanno in case piene di fotografie del passato in cornici d’argento un po’ annerite “quelle delle comunioni”, che fanno la spesa poco alla volta perché i sacchetti pesano sempre di più, che si vergognano a chiedere di aiutarli a cambiare la lampadina in cucina e mangiano per tre mesi alla luce della cappa aspirante, finché il figlio di Nico non se ne accorge per puro caso…cosa ne sanno loro di PIN, inserimenti Online, schemi allegati, trasmissione di documentazione?

Come avrebbero fatto? La domanda sarebbe stata forse RESPINTA, come Carla teme tuttora, finché non vede i soldi sul conto.

Come avrebbe fatto, il figlio di Nico, a sapere che andava tutto bene se non avesse incontrato un impiegato iconoclasta e contro le regole come il “dipendente Folagra” di fantozziana memoria?

Quanti Nico e Carla ci sono, che non sanno come fare?

Ah, quasi dimenticavo: il figlio di Nico, sono io.

SUPPER’S READY

Posted: 21/03/2018 in Uncategorized

La notizia di oggi, apparsa sulla quasi totalità dei quotidiani, è una di quelle notizie che non fanno eccessivo scalpore: nessuna sparatoria in un liceo americano, nessuna donna uccisa o seviziata, nessuna vittima di bullismo che scrive un vademecum su Instagram, nessun’altra denuncia per molestie a Weinstein, nessun crollo di palazzine abusive in provincia di Caserta, nessuno scoop all’Isola dei Famosi, nessun politico rivelatosi corrotto (più del lecito, ça va sans dire).

La notizia di oggi viene letta dagli occhi in maniera quasi subliminale: uno sguardo buttato lì al giornale sul bancone del bar, già ridotto uno schifo alle 7.50; una rapida scorsa al monitor mentre si scorrono le pagine verso il basso con la rotella del mouse, alla ricerca di qualche video divertente, della classifica di serie A, delle peripezie di Tiger Woods per ritornare a guadagnare 15 milioni di dollari all’anno. Si esce dal bar con ancora il gusto del caffè (che chissà perché tutte le macchine da caffè del mondo a casa non riescono a fare come al bar), si abbandona la pagina del browser per iniziare lentamente a lavorare, tipo un vecchio motore diesel…

La notizia di oggi recita più o meno: “Approvate le sanzioni per chi viene sorpreso a rovistare nei cassonetti dei rifiuti, a meno che non sia alla ricerca di rifiuti destinati all’alimentazione personale”, e si riferisce a una  delibera approvata dal Consiglio Comunale di Genova nella giornata di ieri, 20 Marzo  2018.

Alle volte, dentro una semplice frase è contenuto un mondo: un mondo di riflessioni, un mondo di pensieri, un mondo un po’ incredulo, un mondo un po’ triste.

Genova, capoluogo della Liguria, una Regione collocata nel settentrione (quindi nella “parte più evoluta”) dell’Italia, una nazione facente parte del G7 cioè – fonte Wikipedia – dei primi sette maggiori Paesi avanzati, vale a dire quelli con la ricchezza nazionale netta più grande. 

20 Marzo 2018, vale a dire un passo deciso nel Terzo Millennio. Un periodo in cui ogni anno che trascorre rappresenta, in termini di sviluppo tecnologico, un secolo del Primo Millennio e almeno 20 anni del Secondo Millennio. Persino l’altezza media dell’Uomo (se la merita ancora, la “U” maiuscola?), nell’ultimo secolo, è aumentata di oltre 10 cm. L’anno prossimo festeggeremo il 50° anniversario dello sbarco sulla Luna. Ci sono 7 miliardi e mezzo di schede SIM attive nel mondo: più numeri di telefono che persone vive, in questo momento.

Il cielo è pieno di droni, i robot adesso aprono le porte, si offendono, battono a scacchi l’uomo (minuscola, vah)…ma come esseri umani senzienti, che vivono e si riproducono in un Paese “maggiormente avanzato”, che passano le ore sui social network, che creano storie su Instagram, che condividono tutto in tempo reale, dalle ricette di cucina ai gattini alle foto di incidenti, che imparano prima a scrivere “Amazon” che ad azzeccare un congiuntivo…

Ecco, abbiamo sentito la necessità non di multare chi venga sorpreso a frugare in un cassonetto (già, usare la parola “sorpreso”…come se uno potesse nascondersi, per frugare in un cassonetto alto due metri e altrettanto largo; se uno decide di frugare, fruga alla luce del Sole o al limite della Luna…di un lampione, in extrema ratio), ma di non multarlo se sta frugando alla ricerca di “rifiuti destinati all’alimentazione personale”…in Italiano volgare, se sta cercando qualcosa da mangiare.

Perché in questo Paese del G7, in questa Terra di cultura e storia, in questa Terra dove a scuola si studiano ormai sul tablet (in molti non sanno neanche più che diamine sia, un Atlante) i Paesi del Terzo Mondo, del Quarto Mondo, dell’Altro Mondo, in questa Culla di pittura, letteratura, architettura e molti altri “tura”, in questo Paese, dicevamo, cercare cibo nei cassonetti dei rifiuti è diventato normale, normalissimo, talmente normale che non si può pensare, in tutta onestà, di multare chi lo fa. Sarebbe come multare uno che fa la coda al supermercato, no? Che caspita, uno si procura il cibo un po’ dove crede, no? Anche come crede, quindi…e allora qual è il vero confine, oltre a quello della nostra insospettata vergogna? Si può multare chi, armato di fiocina a mano, gira per i vicoli a cacciare gatti e topi? Chi mette vischio sui tetti per catturare piccioni e gabbiani? Oppure per la caccia urbana esiste ancora un veto? “Già ti abbiamo autorizzato a cercare liberamente nei cassonetti il cibo per te e i tuoi eventuali famigliari, ora non ti allargare”. 

E se nascesse il racket dei cassonetti? Un Boss un po’ decaduto, che sguinzaglia i suoi tirapiedi più decaduti di lui a rovistare nei cassonetti “con diritto di precedenza”,  carpito e non acquisito, per poi rivendere il cibo ai ricercatori “di secondo livello”? Si fondasse un mercatino abusivo ma tollerato, dove lo smercio di rifiuti commestibili la faccia da padrone? Tutto un po’ in ombra per favore, siamo o non siamo un Paese del G7?

Qualche anno fa (ma temo tuttora) a Calcutta, in India, i poveri un po’ meno poveri dei poveri che vivono nelle enormi discariche di rifiuti davano delle povere mance al comunque povero autista dei camion dei rifiuti, affinché – prima di entrare nella discarica – facesse finta di niente e si fermasse una decina di minuti fuori dal cancello; così facendo i poveri un po’ meno poveri avevano acquisito una sorta di precedenza nel rovistaggio: i rifiuti più prestigiosi non arrivavano neppure alla discarica, ma grazie a questa corruzione patetica venivano al contrario razziati “alla fonte”. Calcutta, India.

Qualche anno fa (ma temo tuttora) a Jaipur, in India, nel favoloso Rajasthan, terra di palazzi e maharajah, fuori da un ristorante ho visto una donna, circondata da cinque bambini e con un sesto bambino (praticamente un neonato) avvolto in uno straccio sporco legato al suo petto, che con un bastone scacciava da un cassonetto un’intera orda di enormi ratti, per poi tuffarsi nei rifiuti ancora tiepidi e mangiare avidamente gli avanzi appena gettati via, dividendoli con i suoi figli, incluso il neonato. Jaipur, India. 

Qui Genova, Italia, Anno Domini 2018. 

Passo e chiudo (non il cassonetto, non si sa mai).

 

 

 

Ieri vado a Milano per lavoro.

Naturalmente, come ogni volta, riesco a perdere l’orientamento dopo due incroci con altrettanti viali infiniti e perfettamente uguali.

Dice, vai verso est. Ora, o i milanesi sono geneticamente dotati di un GPS interno, oppure con grandi sberleffi verso i Genovesi sono i depositari di segreti mai rivelati riguardanti la navigazione senza bussola né sestante…fatto sta che a mezzogiorno, con il sole occultato da una coltre di nubi spessa 5.000 metri e senza il mare a farmi capire da che parte sto guardando, trovare l’est (come uno qualsiasi degli altri punti cardinali) è assolutamente impossibile.

Comunque, transeat, non era questo l’argomento. Dopo tutto il giorno passato al freddo e alla pioggerella nella metropoli meneghina, torno a Famagosta, riprendo l’auto e mi dirigo verso sud. Alla barriera di Assago piove. Binasco, piove. Bereguardo,piove misto nevischio. Pavia Sud, molto nevischio poca pioggia. Casei Gerola, il cartello elettronico avvisa “Neve tra Casei Gerola e Genova Bolzaneto”; e in effetti nevica. Il cartello successivo ribadisce “transito vietato ai mezzi pesanti sulla A7″…il che farebbe presumere un innevamento che in confronto l’Overlook Hotel è un albergo della Riviera Romagnola.

Ora, sulla A7 prima di Tortona nevica, d’accordo, però nessuno s’immagina lupi che cacciano in branchi, Inuit che iniziano a progettare nuovi igloo, orsi bianchi a caccia di foche sul pack. E invece, al bivio-bretella per la A26, la A7 è chiusa con tanto di fuochi di segnalazione sull’asfalto; capirai, sulle carreggiate ci saranno come minimo tre centimetri di neve fresca, chiudere un’autostrada è il minimo.

Quindi, tutti quanti felicemente instradati verso Novi Ligure e la A26, con la velocità che diminuisce progressivamente, grazie anche al fatto che continua a nevicare che Dio la manda e che la corsia di sorpasso sembra la 3Tre di Madonna di Campiglio. Tuttavia, verso i 25 km/h, qualche sconforto inizia ad apparire: laggiù all’orizzonte (una trentina di metri, vista la visibilità) si vedono auto che mettono la freccia e sorpassano “qualcosa”.

Poco alla volta viene il mio turno di superare il “qualcosa”, che altro non è che una Hummer H3 che procede a 15 km/h sulla corsia LIBERA DALLA NEVE. Al suo interno, stringendo il volante come se mollandolo rischiasse di venir portato via da un uragano, un tipo sulla cinquantina con gli occhi incollati al parabrezza e lo stesso sguardo di terrore di un gatto senza una zampa dentro un recinto pieno di pitbull idrofobi.

Del resto, quando ha comprato la Hummer in quanto “fuoristrada”, credeva che questa caratteristica significasse la possibilità di posteggiare in Corso Italia con una ruota sul marciapiede, o al limite di fare manovra sconfinando brevemente in una pozzanghera, ma non certo di sfidare la taiga siberiana.

Ai tempi, se volevi comprare una Ferrari F40, venivi omaggiato di un corso di guida sportiva all’interno di un circuito automobilistico (mi sembra di ricordare fosse quello di Le Castellet), per essere sicuri che non facessi cazzate, tipo un testacoda in posteggio.

Oggi, prima di permetterti l’acquisto di un fuoristrada, una volta appurata la tua residenza a Genova, più che un corso di guida sportiva dovrebbe essere obbligatorio l’elettroencefalogramma.

 

Primo punto. Genova è città ventosa, non scopro l’acqua calda e neanche la tiepida.

Città ventosa a tutto tondo, tra l’altro; almeno a Trieste c’è la Bora e basta. Qui non ci togliamo niente. La Tramontana che s’incanala nelle valli, incattivita dall’Effetto Venturi, ti rimbocca gli occhi nel cranio e ti incunea il freddo nelle ossa. Lo Scirocco che porta mal tempo, e che spinge l’odore del mare e del salino fino a Ronco Scrivia Nord, insozzandoti il parabrezza quando guidi in Corso Italia. Il Maestrale che spazza i monti e che non sai da che parte metterti per non prenderlo in faccia. Il Libeccio che porta quelle belle mareggiate a cielo scuro che ti senti come in “Un mercoledì da leoni” e che se guardi a Ovest da Capo Noli vedi il bel tempo che avanza.

Secondo punto. A Genova (e paraggi…nel senso di “dintorni”) senza una moto non ti muovi.

Strade pensate per far passare un carretto pieno di Dogi una volta alla settimana, creuse dove i bambini giocavano a pallone fermandosi ogni mezz’ora all’urlo di “Macchinaaaaa” oggi sono congestionate di auto, di SUV, di jeep che neanche nella Guerra del Golfo. Posteggi calibrati sulle dimensioni di una Panda, come il Parcheggio Piccapietra che se solo hai una Golf sei fuori dalle righe di venti centimetri. L’unica via di sopravvivenza è muoversi in moto. Al sole, di notte, con la pioggia, con la grandine, con la macaja.

Con il vento.

Abbinando il secondo punto al primo, si ottiene un mix tipo CocaCola e Aspirina, un cocktail micidiale. Perché il vento di Genova le moto le fa volare. Soprattutto quando sono fuori dal “ridosso” di muri, vicoli, palazzi, barriere. Per esempio, sulla Sopraelevata (Via Aldo Moro per i secchioni con il naso incollato a ViaMichelin o GoogleMaps). Ma solo per esempio.

Per garantire la sicurezza, esiste un’ordinanza della Polizia Municipale che in caso di vento forte vieta l’accesso alla Sopraelevata a tutte le moto. Peccato che questa ordinanza reciti “in caso di vento forte” senza specificare QUANTO forte. “Forte” è un aggettivo soggettivo. La formica è forte perché può trasportare 50 volte il proprio peso, io non devo essere forte per alzare un peso da un chilo, ma se lo metto sopra la formica, questa muore, forte o no. Usain Bolt va forte, ma se lo affianco con una Lamborghini diventa una lumaca con l’artrosi. Per un bambino di 6 anni io sono forte, ma per un culturista ripieno di steroidi io sono una mezza sega.

Quindi, in mancanza di una quantificazione di “vento forte”, la gestione della chiusura della Sopraelevata è diventata un fenomeno random.

Una mattina di Novembre parto da Arenzano con il mio scooter (una giapponese 400cc bicilindirca da 230 kg) e mi fiondo in autostrada. Piove con Scirocco. Niente di che. Raffiche zero, un laminare costante ricco di umidità e sabbia del deserto. Uscito a Genova Ovest, incontro due vigili che mi invitano a utilizzare le strade normali perché la Sopraelevata è chiusa alle moto. Faccio rispettosamente notare che ho percorso 25 km di autostrada (la più ventosa d’Italia, credo) senza problemi, e uno mi risponde:”Guardi, io ubbidisco agli ordini, non so niente”. Rispondo con la mia risposta standard in questi casi “A Norimberga quelli che dicevano così li hanno impiccati lo stesso. Arrivederci.” e m’infilo nella viabilità urbana.

Stamattina parto da Arenzano con raffiche di Tramontana che mi sbilanciavano mentre camminavo verso la moto. Scendendo verso l’autostrada il vento stoppava la moto in discesa, se non acceleravo. Percorso il solito tratto a non più di 80 km/h per non decollare verso il Monte Beigua, esco a Genova Ovest già rassegnato ma… Sorpresa! Sopraelevata agibile alle due ruote anche se sferzata da gelide raffiche impietose almeno a 50-60km/h. Ho visto una ragazza in Vespa scarrocciare come il Mascalzone Latino quando doppia Capo Horn, ma oggi il concetto di “forte vento” non è stato recepito nella sua potenza. Nessun avviso, nessuna deviazione, nessun blocco, nessun vigile.

Li avranno mica impiccati come a Norimberga? Dove tra l’altro non tira quasi mai vento.

…ma non avevano alabarde e uniformi da clown daltonici, né cassette di sicurezza a Ginevra e tantomeno la neutralità diplomatica.

Erano semplicemente degli ammassi pseudocircolari di carne tritata (mia nonna – psicologicamente invalidata dalla guerra – comprava quella uno scalino sopra la “tritata per cani”) che venivano cotti in abbondantissimo burro, a temperature da fonderia finché il burro diventava nero e – alla faccia dei grassi saturi e compagnia bella – veniva versato a mo’ di squisita salsina su quelli che oggi tutti quanti chiamano hamburger (e che per la cronaca ad Amburgo non se li caga nessuno).

In principio era il Mac, anzi il BigMac, poi sono arrivate storie di mucche senza gambe allevate in fattorie idroponiche come gli uomini-Duracell di Matrix, di vitelli con quattordici filetti, di polli incistati nello scroto di bufali mutanti…oppure semplicemente qualcuno si è accorto che a parte le irresistibili salsine-droga non è che il rapporto qualità/prezzo dei fast food fosse così conveniente.

E allora, lasciando agli americani le guerre dei bottoni tra Burger King e McDonald’s su chi ce l’ha più grosso, in Italia stanno sorgendo i “templi dell’hamburger” che sventolano le parole magiche, diventate ormai un mantra dappertutto: “carne chianina DOP”, “proveniente da allevamenti certificati”, “manzo consapevole che ha accettato per iscritto con firma autografa di essere abbattuto per creare ottima carne tritata per hamburger d’autore”, “muscolo rosso (e qui i più scafati ricorderanno un evergreen di Cicciolina con lo stesso titolo) a chilometri zero”…in pratica fast food un po’ meno caciaroni dei più famosi, che alla fine però ti gabellano un BigMac “window dressed” come il non plus ultra dell’alimentazione da gourmet.

A Genova, scendi per una via del centro storico e trovi un bugigattolo dove ti offrono hamburger di chianina, abbelliti con tutta una serie di condimenti e contorni scaldati al momento. Senza pretese, senza sbandierare filosofie umanistiche neoprogressiste, senza “tirarsela da strani” insomma. Ah, a proposito, sono buoni di brutto e costano meno di un “Mc Menu” che in bundle offre qualcosa come 1.200 calorie in eccesso.

Nella via con la “V” maiuscola del centro storico ha da poco aperto un ristorante (si fa per dire) di una catena internazionale di hamburger. La buttano un po’ (tanto) sull’illuminazione trascendentale, sulla Santità del Pane (con hamburger) Quotidiano, sulla (aridaje) filosofia della carne fassona con nome e cognome della mucca, con in aggiunta uno spruzzo di tecnologia “ordina comodamente con i nostri iPad”. Ma non puoi prenotare i panini da casa o dall’ufficio. Alla faccia della connettività remota, devi entrare nel locale, attendere che un ipad (con la batteria carica, possibilmente) si renda disponibile (l’ultima volta 18 minuti cronometrati), e finalmente digitare il tuo ordine.

In alternativa, puoi rivolgerti a qualche obsoleto essere umano, che una volta si chiamava cameriere ma oggi è un “collaboratore dello staff” che non a caso indossa magliette con su scritto “ne so quanto l’ipad e in più sorrido”. Gli hamburger in lista sono 5 (nuovo numero cabalistico dopo i troppo sfruttati 3, 7 e 9…povero Fibonacci!), ma ecco la prima sorpresa: uno da un posto così ascetico si aspetterebbe un’offerta tipo “San Francesco: pane azzimo, sale grosso, carne; Siddharta Gautama: pane chapati, carne di mucca consapevole, polvere di curry”… e così via.

Invece, le combinazioni offerte sono talmente piene di salse, intingoli, condimenti e contorni che se al posto della “carne di fassona piemontese DOP di vitelli allevati in un idromassaggio” ti servissero una suola Vibram da trekking estremo il risultato organolettico sarebbe uguale. Tra funghi porcini, cipollotti (di Tropea DOP ça va sans dire) caramellati al porto, salsa segreta #1, sautée di peperoni, pesto (orrido orror d’un orridezza orrenda!) eccetera, diciamo che la santità dell’hamburger viene resa un po’ troppo peccaminosa.

Dopo 18 minuti per ottenere l’ipad e altri 20 perché ci venga servito l’hamburger, la dimensione del panino “studiato da un artigiano panificatore pugliese e realizzato fresco ogni giorno a Milano (probabilmente con farine setacciate a mano e lieviti madre rispettosi del territorio)” assomiglia troppo a quella di un cupcake per non farci indignare. Quattro-morsi-quattro (è disponibile su richiesta un contributo video) e il Sacro Hamburger è storia passata. Le cipolle caramellate, invece, durano come la guerra israelo-palestinese.

Concludendo, non fosse altro che per quello che ho scritto qui sopra, viva la Svizzera forever. Bella madida di burro nero. Nero come il peccato. Del resto, la strada per l’inferno è lastricata di hamburger santi.

Guten Appetit.

 

Bah,

sarò vecchio e brontolone, starò iniziando a comportarmi un po’ come quelli che proprio detestavo, quelli che ripetono continuamente “Si stava meglio quando si stava peggio”, “Eh, quando io ero giovane…”, però.

Però.

Regali di Natale. Anch’io ho creduto a Babbo Natale (anche se mio papà, che di “Babbo” ha sempre avuto se non le fattezze sicuramente l’epa, lo chiamava stolidamente “Bambinello” o Gesù Bambino” nei momenti più religiosi) e anch’io, nelle mie letterine vergate rigorosamente su pagine strappate dal quaderno di brutta, ho chiesto – forse più di una volta – “dei Lego”.

Al mattino del 25, sul plaid scozzese che riprende il tartan di qualche oscura famiglia di MacSticazzi disposto con cura ai piedi dell’alber(ell)o, trovavo puntualmente quello che avevo chiesto, tra cui (vedi sopra) il secchiello strapieno di mattoncini Lego…please pay attention: ho scritto “mattoncini”!!!

E come il Pietro del titolo, con i mille mattoncini – a guisa di pietre – si poteva costruire non solo la Chiesa di Gesù  ma un sacco di altre cose. Erano mattoncini parallepipedali (?), cioè rettangolari, per intenderci: a quattro, sei o otto “pirulini”. Poi c’erano le tegole verdi, le finestre bianche, le porte articolate e – un vero must – il piano di costruzione verde prato.

E una volta finita la casa, magari con un primo aiutino da parte del papà, la potevi SMONTARE e CON GLI STESSI MATTONCINI, semplicemente CAMBIANDO LA DISPOSIZIONE, costruire un muro, uno stadio, la scuola, una giraffa, un astronauta (con l’obbligo di una finestra sulla schiena a simulare lo zaino-respiratore). Poi rimettevi tutti i mattoncini nel secchio, ALLA RINFUSA, e il giorno dopo li tiravi fuori e ricominciavi a costruire quello che volevi.

Già l’anno scorso i bimbi hanno chiesto il Lego Technic Elicottero e il Castello di Dracula Monster Fighter. A parte il prezzo oltraggioso (190 euro il castello e 160 euro l’elicottero), a parte il manuale di sessanta pagine diviso in 78 step successivi per costruire la “cosa”, a parte i dieci sacchetti numerati in cui sono divisi i singoli mattoncini, a parte il fatto che i mattoncini di “mattoncini” non hanno proprio più niente, a parte il fatto che senza l’aiuto di un adulto appassionato di enigmistica il portare a termine la costruzione non è possibile, la considerazione più grave merita un paragrafo a parte.

Eccolo. Una volta terminata la costruzione, NON È POSSIBILE costruire nient’altro. Cioè, in realtà se perdi il manuale di istruzioni non è neanche possibile ricostruire correttamente il pezzo originale. Quindi, dopo aver speso quasi 200 euro e perso ogni possibilità di redenzione terrena o divina a causa delle bestemmie erogate durante le fasi di costruzione (che comunque non richiedono, a parte i casi di partecipanti tetraplegici, più di un paio di giorni), il tuo elicottero e il tuo castello di Dracula possono far bella mostra di sé su qualche mensola o scaffale (trasformandosi in quelli che mia nonna chiamava “raccattapolvere”).

Poi li prendi per giocarci, afferrando ovviamente il castello dalla torretta e l’elicottero dal rotore, ti cadono miseramente per terra in un’esplosione di pseudomattoncini, hai perso il manuale e alla fine, con una scrollata di spalle, infili tutto in un sacchetto dell’IKEA che sbatti nel “cassetto premorte” che esiste in ogni stanza di ogni ragazzo: dopo un transito più o meno lungo nel cassetto premorte, il passo successivo è “lo regaliamo a qualche bimbo sfortunato” oppure “ma ci giochi ancora con questo?” e via nella rumenta.

Ma il Natale dopo torna la magia, tornano le letterine e tornano le richieste di Lego e dei loro mattoncini non euclidei. Ecco le ultime novità, e i loro prezzi (veri e controllati…se li pensate in “vecchie lire” fanno più effetto): Ruspa Volvo con sei motori e due telecomandi, 1.636 pezzi, 249 euro (482.100 lire); la Torre di Orthanc del Signore degli Anelli, 2.359 pezzi, 200 euro (388.00 lire); ma la vera chicca rimane Star Wars La Morte Nera, 3.738 pezzi, 449 euro in offerta a 417 (807.500 lire in offerta, sti cazzi).

Ho trovato dei vecchi mattoncini Lego in un mio stanzino premorte dimenticato nella casetta al mare…li ho fatti vedere ai ragazzi che dopo un breve esame hanno concluso con “Si va beh ma non ci puoi fare niente.”

Esatto. Non ci posso fare proprio niente.

Buon Natalego e Felice Montaggio Nuovo. Attenti a non perdere le istruzioni.

Certe volte uno sembra si addormenti, profondamente, poi basta un piccolo rumore, anche subliminale sicuramente non forte come un tuono, per risvegliarlo di colpo, come se il tempo non fosse trascorso.
E, come se il tempo non fosse trascorso, si può riprendere da dove ci si era fermati.
“Eh già, bravo…e tutto questo tempo cos’hai fatto?” “Ho fatto come ‘Noodles’ De Niro in C’era Una Volta In America: sono andato a letto presto.”

Questa mattina dovevo stipulare un atto di mutuo, e per la Legge (ma la merita la “L” maiuscola, questa nostra legge?) devo dimostrare – anche se l’ho dichiarato autocertificato firmato giurato __________ ____________ (aggiungete voi qualche participio) mille e non più mille volte – di non essere sposato. Per la cronaca, mi sono separato nel 1994 e divorziato nel 2003. Comunque, al notaio (minuscolo senz’altro, questo) serve un “Estratto per riassunto dell’atto di matrimonio”.

Si tratta di un documento che viene rilasciato solo all’ufficio anagrafico PRINCIPALE del comune di residenza, e non può essere richiesto online né sostituito da autocertificazione. Capisci, mandiamo le sonde su Marte che ci rimandano immagini in FullHD; spediamo navette sulle comete che ci rimandano le analisi spettrografiche dell’acqua presente nelle rocce; ci sono astronauti che vivono mesi e mesi su stazioni spaziali…ma non posso collegarmi al sito del Comune di Genova per scaricarmi da casa uno stramaledetto documento che gli impiegati, invece, visualizzano sul computer. E stampano. Per un euro e cinquanta. Più due euro forfettari di posteggio. Più un’ora di permesso dal lavoro.

Comunque, ieri mattina posteggio (due euro) e, forte della mia ora di permesso dal lavoro, entro nell’Ufficio Anagrafe Centrale dove incontro due uscieri assolutamente inerti, di fronte a una macchina che non avrebbe sfigurato in Metropolis di Fritz Lang e che eroga scontrini numerati, con una lettera a precedere il numero in ragione del certificato di cui si ha bisogno. Mi avvicino e dico “Buongiorno, mi serve un estratto dell’atto di matr…” “Secondo piano non serve il numero ufficio 221”.

Salgo le scale, seguo le frecce verso l’ufficio 221 e nella prima sala mi ferma un terzo usciere “Dove va? Di cosa ha bisogno?” “Devo fare un estratto dell’at..” “Ufficio 221”.

Vado. La porta è aperta. Nessuno dentro, nessuno nel corridoio, nessuno probabilmente nel palazzo, a parte gli uscieri. Mi affaccio. Seduta dietro la scrivania, una donna. Le due sedie davanti sono vuote. Entro. “Buongiorno…” “Ha preso il numero?” “Veramente, il signore giù di sotto mi ha det…” “Quello giù di sotto dice quello che vuole, qui DI SOPRA le serve un numero” “Ah, e dove lo prendo?” “Appena fuori dalla porta”.

Esco. C’è un distributore di numeri. Prendo il primo, a strappo, è il 57. Torno dentro. “Ecco, ho preso il numero.” “Che numero è?” “Cinquantasette.” Lei sbuffa, ruota la testa come un’indemoniata e guarda il contatore digitale dietro di lei. Segna il cinquantasette. Si gira verso di me, sorride e dice “Tocca a lei!”
Felice di aver superato tutta quella coda di spiriti invisibili che si accalcava davanti a me, mi siedo e dico “Mi serve un estratt…” “dell’atto di matrimonio, certo, qui non facciamo altro. Cognome e nome.” “Stefano Lasagna” “Mi serve il cognome e dopo il nome” “Lasagna Stefano” “Ricorda il nome della moglie?” Una dura prova di memoria, dopo sei anni di fidanzamento, quattordici di matrimonio e una figlia. Glielo dico.

Esce un foglio dalla stampante. “Che cosa se ne fa di questo estratto? Lei ha DI-VOR-ZIA-TO nel 2003, avrebbe potuto sposarsi e risposarsi altre due volte. A lei serviva un certificato di stato libero, ma sono tutti idioti, i notai, un euro e cinquanta” Le metto sul tavolo una moneta da due euro “Non ce li ha contati?” “No, mi spiace” “Eh, intanto qui facciamo le banche” e mi restituisce dieci monetine da cinque centesimi.

Mi alzo e le dico “Grazie mille, faccio entrare gli altri?” ma non raccoglie.

La giornata è appena cominciata, coraggio.

Nel film “C’era una volta in America” c’è un gangster – interpretato da Burt Young, più famoso come il cognato di Rocky – che continua a ripetere il suo mantra personale: “La vita è cchiù strana della mmerda”. Per la cronaca, poi lo ammazzano, ma non cambia il mantra.

Ieri a Perugia un imprenditore ha sparato a due impiegate della Regione, poi si è ucciso. E questa notizia teniamola un po’ lì.

La settimana scorsa prenoto un esame in un istituto privato di Genova. Specifico che sono in possesso di una polizza sanitaria stipulata dalla mia banca, e che tale polizza prevede la convenzione con l’istituto.

L’impiegata mi dice di mandarle una mail con la richiesta del medico, mi prenota l’esame (per oggi) e mi dice “Telefoni il giorno prima per sapere se la compagnia assicurativa ha dato l’OK”. Ieri pomeriggio telefono. Dieci minuti buoni di centralino con autorisponditore, poi finalmente risponde un essere umano (almeno così pareva). Mi dice che le pratiche per le polizze sanitarie le segue la sua collega Fabrizia, e di chiamarla l’indomani (stamattina) dalle 7.30 in poi.

Stamattina alle 7.35 chiamo. Il centralino continua a ripetere la sua tiritera, alternandola ogni tanto con “Attenda, la stiamo connettendo con l’interno desiderato”, che già un po’ mi sembrava strano in quanto non avevo espresso alcun desiderio in merito all’interno (a parte inconsciamente quello di visitare l’interno di Scarlett Johansson, ma tant’è).

Con l’auricolare infilato, mi vesto, mi preparo, esco per andare a lavorare. Dopo venti minuti arrivo all’ingresso dell’ufficio, e sempre con il centralino che mi promette mirabolanti connessioni con l’interno desiderato. Decido – è piuttosto vicino – di andare direttamente all’istituto per cercare di parlare con qualcuno.
Entro nella Sala Prenotazioni alle 8.20. Per 45 minuti netti ho sentito il centralino blaterare inutilmente. Prendo il mio numero, ne ho nove davanti.

Al mio turno, mi siedo di fronte…guarda guarda…alla famosa Fabrizia. Le dico “Ah, finalmente, è da stamattina alle 7.35 che provo a chiamarla”. Lei, frigida (il termine corretto sarebbe “algida”, ma intendo proprio “frigida”), risponde: “Noi rispondiamo dalle 8.30 in poi.” E io sorridente le spiego che non mi sarei permesso di chiamare alle 7.35 se la sua collega Wilma, non più tardi di ieri pomeriggio, non mi avesse detto di chiamarla a quell’ora; e che comunque se il centralino, invece di promettere collegamenti impossibili, si limitasse a ricordare agli utenti che è perfettamente inutile chiamare prima delle 8.30 sarebbe una piccola conquista per l’umanità ma un grande passo per i pazienti. Le spiego comunque che ero in attesa di una conferma sull’OK da parte della mia assicurazione.

“L’ha mandata la mail?” “Certo, il pomeriggio stesso della prenotazione?” “E a quale indirizzo l’ha mandata?” “Forse non mi crederà, ma l’ho mandata all’unico indirizzo e-mail che si trova sul bigliettino che mi avete dato, e che mi è stato confermato dalla ragazza che ha preso la prenotazione: info@(nome dell’istituto).it”

E lei, testuale “Ah, ma quelle mail lì non le leggiamo mai”.

E l’imprenditore di Perugia mi appare in quel momento oltremodo lodevole. Sparare no, ma un bel paio di ceffoni li avrei tirati fuori. “Signora Fabrizia, se io le do un appuntamento in Piazza De Ferrari, lei va lì e mi aspetta tutto il pomeriggio, poi mi telefona e io le rispondo ‘Ah ma io in Piazza De Ferrari non ci vado mai”…lei cosa pensa di me?” “Beh…” “Esatto, che sono uno psicopatico. Le spiacerebbe dirmi a quale indirizzo e-mail avrei dovuto inviare la documentazione? A uno qualsiasi scelto a caso nella mia rubrica?”

Nel frattempo lei legge la mail, stampa la documentazione e mi dice “L’OK della compagnia non è ancora arrivato…” “Non ne dubito, visto che probabilmente non avete mai inviato la documentazione”

Morale della favola: esame rinviato alla fine della settimana prossima. Mentre ringrazio e mi alzo, Fabrizia mi dice “E si ricordi di telefonare il giorno prima per sapere se è arrivato l’OK della compagnia.”

La vita è cchiù strana della mmerda.

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Posted: 01/03/2013 in Uncategorized

Stamattina sono venuto a lavorare a piedi. Una bella giornata, non dico di primavera ma non gelida come i giorni scorsi (premetto che per “gelido” io personalmente intendo “con temperature inferiori ai 15°”).

Percorrendo i portici della principale via di Genova, a metà circa una ragazza di colore con treccine fittissime e una pettorina colorata mi ha offerto il quotidiano gratuito “Leggo”. Cento metri più avanti un ragazzo con i dreadlocks mi ha offerto il quotidiano gratuito “Metro”. Peccato che il quotidiano gratuito “City” abbia chiuso l’anno scorso, altrimenti avrei avuto un’altra offerta, e avrei potuto giostrarmi tra gli articoli IDENTICI di tre “giornali” (tra virgolette non a caso, visto che di norma sono creati con banali Copincolla di notizie ANSA, Reuters et similia).

Qualche anno fa, ho vissuto a Londra per parecchio tempo. Al mattino, andando a lavorare, potevo trovare il quotidiano gratuito “Metro” in libera distribuzione negli appositi espositori presenti in tutte le stazioni del “tube”. Il network della metro di Londra sposta quasi 3 milioni di pendolari al giorno, e hanno un solo giornale. E nessuno che lo distribuisce. Qui se ci muoviamo in tanti siamo meno di un decimo, e di giornali ne abbiamo due, e decine di ragazzi in pettorina che al freddo e al gelo peggio della piccola fiammiferaia li distribuiscono.

Il gobbo più famoso della Storia (e non sto parlando di Rigoletto o di Quasimodo…un Ciocomerda a chi indovina) ha detto “A pensar male si fa peccato, ma quasi sempre ci si azzecca.”…quindi facciamolo: non è che dietro questa copiosa distribuzione di notizie perlopiù inutili o reiterate all’infinito si celi un qualche programma italiota di sovvenzioni, rimborsi, detrazioni che benefici al solito i soliti? Del tipo: “Crea un giornale con i ritagli degli altri, trova qualche disperato disposto a distribuirlo, e per ogni copia distribuita – e per ogni disperato che hai trovato – ti spetta….quello che ti spetta. E a me ne tocca una fetta.” (rima baciata ma molto triste)

Spero non sia vero. Ma temo che lo sia.

Dopo solo una quindicina di telefonate, il medico della mutua si decide finalmente a lasciarmi – presso la segreteria del suo studio – un’impegnativa per prenotare una visita cardiologica per un membro della mia famiglia.

Sono arrivato a pensare che il mio medico in realtà sia un supereroe in incognito; saranno tre anni che non lo vedo. Ha quattro numeri di cellulare che ruota sistematicamente in modo da non rispondere mai a quello che compongo io. Opera in tre studi diversi in giro per Genova, ma quando passo per caso davanti a uno di essi e citofono, quello è il giorno in cui è “negli altri studi”…indipendentemente dal giorno in cui passo. Le richieste, le ricette e le impegnative vengono lasciate “in segreteria”, probabilmente di notte, tra un pattugliamento e l’altro della “città del crimine” sulla quale il mio medico veglia solitario.

Bene o male, in possesso dell’impegnativa, mi accingo a telefonare al Servizio Prenotazioni del CUP. Familiari bene informati (per precedenti incarichi lavorativi in loco) mi consigliano di insistere per prenotare a tutti i costi la visita presso un determinato medico presso un determinato ospedale della città. Telefono al CUP, recito tutti i dati incluso il codice alfanumerico dell’impegnativa…che sembra un po’ quei film dove il Presidente USA legge il codice di sblocco delle testate nucleari al solito generale ottuso che vuole bombardare la Kamchatka per vincere a Risiko…e quando chiedo di poter andare in “quell’ospedale” mi viene risposto “beh…OK…però la prima data libera è il 16 di Agosto”.

Non ho sbagliato. Non ho neanche Frate Indovino in ostaggio. Ho proprio detto il 16 di Agosto. E siamo ai primi di Febbraio. Sei mesi pieni. 24 settimane. A botte di 5 giorni lavorativi alla settimana sono 120 giorni. Considerando 4 visite al giorno sono 480 persone davanti a me, come minimo. Va beh. Prenoto in un altro posto, libero tre giorni dopo. Ticket pari a circa 42 Euro.

Mio suocero invece insiste per andare proprio “là” quindi, fedele al principio tutto Italiano dell’arte di arrangiarsi, alza il telefono, muove due o tre vecchie conoscenze, e guarda caso il giorno dopo c’è un posto libero. Ça va sans dire, visita in intramoenia proprio con il cardiologo che mi è stato raccomandato, proprio nell’ospedale che volevo, quello del 16 Agosto. Arriviamo all’ospedale e percorriamo corridoi vuoti, sale di attesa vuote, laboratori vuoti (ma dove sono i 4 pazienti al giorno che mi hanno impedito di prenotare prima dell’estate inoltrata?). Nell’ambulatorio di cardiologia – vuoto – tutti macchinari nuovissimi. Visita accuratissima, elettrocardiogramma, ecocardiogramma, ecografia addominale, altra visita con altre macchine che neanche nel laboratorio del Dottor Destino…il tutto per 70 Euro CON RICEVUTA SCARICABILE.

La mia banca offre tra i fringe benefit un’assicurazione sanitaria personale estesa ai membri della famiglia che prevede il rimborso delle spese sostenute per visite mediche con la franchigia del 25%. Quindi 70 Euro meno il 25%. Pari a 52,50 Euro. Dieci in più di un ticket della mutua con 6 mesi di attesa.

Vorrei dirlo a tutti i 480 pazienti in attesa di visita, specie a quelli del 15 di Agosto.

Ma non ne trovo neanche uno.

Saranno in Kamchatka ad aspettare la bomba.