Un bus chiamato Desiderio

Posted: 11/03/2020 in Uncategorized

Genova Centro, ore 08.22.

Ho posteggiato la moto bella larga dove di solito dopo le 7.30 non si trova neppure un buco per una scarpa. La situazione è abbastanza surreale, con meno persone del solito in giro; tutti camminano al rallentatore (illusione ottica, però…) piuttosto distanti tra loro.

Arrivo in Banca, passo il badge nel lettore. 8.22, la Banca è aperta da 2 minuti e in coda alla reception ci sono due persone, a essere gentili sulla settantina abbondante, che attendono il loro turno per andare in cassetta di sicurezza.

La collega alla reception, gentilissima, chiede “Ma non avete sentito le notizie? È PERICOLOSO, ‘sto virus, specie per chi non è più giovanissimo. Dovete proprio andarci in cassetta?”. La vecchietta risponde con la voce dell’Esorcista: “Se ci voglio andare tre volte in cassetta, non sono affari suoi, che siamo noi che le paghiamo lo stipendio, e non vogliamo sentirci dire cosa fare.” E seguita dal marito si dirige verso l’ascensore che porta al caveau.

Nel frattempo, davanti agli occhi della collega ancora basita, passano uno, due, tre, sei anziani che si posizionano davanti al bancone, ognuno ignorando bellamente il metro di distanza; al loro turno, chiedono un estratto conto, lo consultano attentamente scrollando la testa e se ne vanno. Rischiando la vita, con le loro teste da pulcini (come cantava Baglioni) e un po’ di cazzo, anche, per vedere se il saldo di oggi è come quello di ieri hai visto mai che qualche gnomo della Gringott Bank avesse deciso di spostare il denaro da un conto all’altro, oppure che il virus come effetto collaterale potesse sciogliere i soldi in via telematica.

Alla pausa caffè mi infilo guardingo nel solito bar, dove la libera iniziativa che rende così famosa l’Italia nel mondo mi fa trovare una specie di labirinto del Fauno tracciato a terra con dell’American Tape rosso, rispettando il quale ogni avventore si trova magicamente a non meno di un metro dal suo vicino; finiti i posti, gli altri aspettano fuori.

Al mio fianco (si fa per dire) una ragazza (in realtà una quarantenne abbastanza sfasciata, ma “ragazza” mi sembra più carino, specie di questi tempi) ordina un caffè. Caffè che le viene servito, come ci si auspica dentro una tazzina da caffè che si appoggia su un piattino, in compagnia di un cucchiaino (che per le sue dimensioni viene definito “da caffè”…pazzesco come tutto combaci). Lei lo guarda, alza gli occhi al cielo e dice alla ragazza (questa volta davvero ragazza) dietro al bancone “Macchiato, per favore…” con l’aria di chi ha già specificato sette volte questa richiesta e ancora non la vede esaudita, e giuro sulla mia inguaribile curiosità verso il prossimo che ha chiesto solo un caffè.

La ragazza prende il bricco di acciaio, scalda il latte con il vapore e si avvicina alla tazzina della quarantenne sfasciata (giusto per non confonderla con la barista) che la blocca con un gesto perentorio della mano e le dice “Di soia!”. La ragazza (quella del bar), educatissimamente, le dice “Eh, signora, mi spiace ma stamattina il latte di soia non ce l’hanno consegnato, sa, con questa storia del virus…” “Eh ma le dovete dire prima, le cose!” risponde la Sfasciata, che gira i tacchi ed esce dal bar, lasciando il caffè nella tazzina, guardandosi bene dal pagarlo e trotterellando petulante sul marciapiede…proprio mentre a velocità sostenuta sta transitando il 36 barrato.

Che, purtroppo, la sfiora soltanto.


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